Omelia per la Festa del Lavoro

IL LAVORO E L’EDIFICAZIONE DELLA PACE

02 maggio 2026 – Cesenatico – Celebrazione festa del lavoro

Carissimi, quest’anno per celebrare la “festa del lavoro” siamo scesi al mare, accolti in questa azienda dal Dott. Roberto Casale che ringraziamo insieme a quanti qui lavorano. Ringrazio la Pastorale Sociale e del Lavoro, nella persona del Prof. Marco Castagnoli, e i confratelli sacerdoti che operano su Cesenatico per come hanno preparato questo momento. Saluto tutti voi convenuti e le autorità civili e militari presenti. Grazie che ci siete.

La Parola di Dio, che abbiamo ascoltato, ci aiuta a capire che, quanto l’uomo realizza grazie al suo lavoro, alla sua arte, alle sue capacità, diventa patrimonio comune di tutti gli uomini. Ma c’è di più: con il suo lavoro l’uomo aiuta Dio a rendere più bella e ricca la creazione. Quando invece il profitto soffoca la dignità, il pianeta diventa invivibile e si spegne la sua primigenia bellezza. E’ quanto si sta consumando sotto i nostri occhi a causa dei tanti conflitti e focolai di guerra che minano seriamente il futuro della bellezza del creato, conservato e migliorato dai nostri padri, uomini di buona volontà, attraverso sacrifici, sudore, ma con lo sguardo proteso verso il futuro.

Purtroppo quando la mente umana si arma di onnipotenza, il cuore di carne diventa di pietra e non pompa più nelle arterie del corpo sangue ossigenato, l’intelligenza diventa artificiale, capace di sostituirsi a quella umana, il potere esprime la sua forza dittatoriale attraverso droni e bombe di millimetrica precisione.

E’ il momento in cui l’uomo non è più al centro dell’universo, destinatario del bene che gli è dovuto, ma diventa “una cosa” da sfruttare, da annientare se questo può servire ad ingrossare mire economiche o espansionistiche di coloro che, in un delirio di onnipotenza, perdono ogni contatto con l’umano.

E’ la sofferenza che si prova anche quando giovani vite si spengono proprio sul posto di lavoro non adeguatamente tutelato. E’ il caso di un nostro giovane, Rayan Lassoued, morto tragicamente a Ravenna subito dopo Pasqua. Già lo scorso anno noi vescovi dicevamo: “Non ci sarà piena giustizia senza sicurezza sul lavoro la cui mancanza fa ancora tante vittime”. Esprimo ai familiari di Rayan, che da poco ho scoperto sono residenti a Cesena, vicinanza e solidarietà, assicurando la preghiera nel rispetto della diversità di religione e di culto.

In questo contesto indiscutibilmente tragico, Gesù e Giuseppe, artigiani, ci danno l’immagine chiara di Dio che, attraverso l’ingegno, la fatica e le mani degli uomini, continua a custodire il Creato.

Abbiamo sentito, sempre nella prima lettura, cosa Dio dice all’uomo e alla donna: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». Noi credenti siamo grati e riconoscenti a Dio che, attraverso suo Figlio, Gesù, Parola che si è fatta carne, ci indica la strada della vita, della salvezza e ci aiuta a riscoprire il giusto valore di ogni cosa attraverso la quale l’uomo può ritrovare la sua dignità.

  1. Giuseppe è stato un umile lavoratore, pur discendendo dalla stirpe di Davide (una discendenza regale), svolgendo l’attività di falegname e carpentiere (a quei tempi chi faceva il falegname era spesso chiamato a fare anche il carpentiere). E’ stato generoso perché ha messo a disposizione della collettività il suo ingegno e la sua capacità. E’ stato coraggioso perché ha saputo sfidare le ingiustizie subite nella vita rimanendo uomo giusto.

Come Chiesa italiana, noi vescovi, abbiamo dato un messaggio ben preciso che tratteggia la situazione delicata del momento presente ma anche la speranza di un necessario cambiamento partendo proprio dal lavoro: “Il lavoro e l’edificazione della pace”. Riprendo un passaggio: “L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra”.

Questo significa che il lavoro è la “grammatica della società”, capace di costruire comunità, favorire lo scambio di competenze e contribuire allo sviluppo del Paese e dell’intera umanità, perché il lavoro non è soltanto produzione economica, ma una forma di “amore civile”, attraverso cui le persone collaborano anche senza conoscersi direttamente, costruendo legami sociali e prospettive future.

Giuseppe ha amato il suo lavoro contribuendo ogni giorno alla costruzione di un bene più grande: il progetto di Dio sugli uomini.

Questo tempo di Pasqua, vissuto sotto la cappa della paura della guerra, ci sta offrendo la possibilità di discernere quale sia l’essenza della nostra fede. Comprendiamo come l’impegno del cristiano nasce dalla Parola che induce ad essere operativi, concreti, capaci di scegliere ed annunciare la Risurrezione di Cristo e di viverla nell’impegno quotidiano.

Purtroppo, anche nella nostra Italia, sono tante le fabbriche e i lavoratori che realizzano armi. C’è un’economia che cresce e fiorisce attorno alla fabbrica delle armi. Opportuna mi sembra la citazione del venerabile Vescovo Tonino Bello che rivolgendosi agli operai costruttori di armi disse: «Non ti esorto, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte. Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita».

In questo tempo in cui abbiamo tutti fame e sete di pace, di giustizia, di fraternità, fisicamente e spiritualmente, siamo invitati a riflettere che il più grande dono che Dio ha fatto all’uomo è la vita che va accolta, rispettata, amata e aiutata nella sua dignità.

All’uomo Dio ha dato un preciso compito: cooperare alla sua creazione. Oggi il Signore chiede che tutti siamo trattati con lo stesso amore, con l’unica finalità di crescere in comunione fraterna, con il solo scopo di avere un lavoro onesto e dignitoso. Siamo tutti coscienti di quanto l’aumento dei costi energetici gravi sia sulle famiglie, in particolare quelle più fragili, sia sulle imprese. Ecco perché affermiamo che sempre più di frequente il lavoro umano si intreccia con la pace e con la guerra e che può essere orientato sia alla costruzione della pace sia alla distruzione.

Siamo certi che l’attività economica in tempo di pace favorisce lo sviluppo, in tempo di guerra devasta vite, ambiente e sistemi economici. Costruire case e ricostruire edifici distrutti non hanno la stessa valenza etica, anche se appare come un processo simile.

Papa Leone XIV, rivolgendosi ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede, ha detto: “[…] la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari”. E’ la responsabilità che abbiamo verso le nuove generazioni, l’urgenza di costruire una cultura della pace fondata sul perdono e sulla giustizia.

Il lavoro non deve perdere la sua vera vocazione: strumento di pace e di relazione positiva tra le persone e con la natura.   Di fronte alla guerra, “il grande inganno”, la pace resta l’unico orizzonte capace di dare senso pieno all’attività umana. E’ quanto a tutti noi, a voi tutti auguro: con il vostro lavoro ogni giorno contribuite ad edificare un mondo secondo il pensiero di Dio, capace di abbattere barriere e steccati, costruiti da quanti, preoccupati solo ed esclusivamente di difendere i propri interessi, dividono l’umanità in buoni e cattivi, collocando questi ultimi in recinzioni o ghetti e distruggendo civiltà, cultura, arte, professioni religiose di popoli sottomessi indebitamente. Facciamo parte tutti di un’unica razza: quella umana! Le distinzioni le abbiamo fatte e continuiamo a farle noi. Certamente non Dio.

  1. Giuseppe lavoratore preghi per noi e ci orienti verso Gesù che lui ha accolto come padre putativo, lo ha cresciuto e amato insieme a Maria, lo ha educato come artigiano nella bottega di Nazareth.

Buona festa del lavoro a tutti.