Omelia dell’Arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo per la Festa del Lavoro

Carissimi, ringrazio per l’accoglienza, i saluti e la vostra partecipazione. Un saluto a chi ci sta ospitando e alle istituzioni civili presenti.

Tenendo presente il tema che la Chiesa ci ha donato quest’anno per la festa del primo maggio, siamo qui insieme per considerare “il lavoro, un’alleanza sociale generatrice di speranza”,proprio nell’anno del Giubileo, perché “La speranza non delude”. Noi siamo viandanti di speranza. Noi cristiani siamo coloro che sono capaci di rimanere dritti anche davanti alle difficoltà, alla morte. C’era una canzone, nata tempo fa da queste parti, di Francesco Guccini, cantata anche dai Nomadi, dal titolo “Dio è morto”. Nell’ultima strofa del brano viene detto che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge. In ciò che noi crediamo, Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo Dio è risorto, nel mondo che faremo Dio è risorto. Rimane un anelito di speranza anche in chi, come Guccini, è un non credente.

Alla luce della Parola della III Domenica di Pasqua che abbiamo ascoltato, come pastore di questa Chiesa di Cesena-Sarsina, non posso non condividere le «gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi» (Gaudium et Spes, 1). La mia riflessione, rivolta a tutti, è frutto di ascolto di tanti colloqui, dalla mattina alla sera vengono tante persone, anche tanti imprenditori, uno in particolare tra voi lo conosco da lungo tempo (il riferimento è a Valchirio Piraccini) e intende dare un primo contributo, senza nessuna pretesa, affinché si possano aprire momenti e spazi di riflessione e di confronto. Ritengo che questa sia la strada principale da tracciare per aiutare la società civile e le istituzioni preposte a “nutrire il futuro nei luoghi e soprattutto nei giovani”. Sono stati attraversati tempi peggiori, anche oggi sembra di vederne, ma grazie a tanti si può incontrare la speranza. Il cristianesimo è la vittoria della vita sulla morte. Cristo che è risorto è la nostra speranza.

Come a san Pietro, sento la voce del Maestro e Signore, Gesù, che mi chiede insistentemente: “Mi ami tu?”… “allora pasci le mie pecore”. E il vescovo stando in mezzo al gregge è chiamato ad amare ognuna delle sue pecore con quello spirito paterno, di comprensione e nello stesso tempo di attenzione verso tutti i bisogni e necessità di ognuno e di tutti. Vengo a voi e tendo le mani a tutti, come ho già detto altre volte. Ritengo che il nostro agire, perché si continui a sperare e a sognare in grande, debba continuare a rilanciare il nostro territorio che è terra da amare, custodire, valorizzare.

Noi vescovi, nel messaggio già citato, diciamo: “Un effetto strutturale e fondamentale lo sta esercitando la grave crisi demografica, per la quale vedremo nei prossimi anni uscire dal mercato del lavoro la generazione più consistente, sostituita progressivamente da un numero sempre più ridotto di giovani”. Questo è un problema serio.

È l’economia del Vangelo che chiede di incontrare e fare un’alleanza con la finanza, la politica, la cultura. Solo così godremo nel vedere anche nella nostra terra nuovi germogli che indicano una nuova primavera fatta di radici che s’incontrano, si innestano e creano relazioni feconde, rami che si aprono alla vita come famiglie feconde divenendo nutrimento essi stessi, frutti che fanno gustare una fattiva solidarietà, quella che, non solo si prende cura, ma s’accora per il benessere degli altri.

E, sempre nello stesso messaggio diciamo: “Non ci sarà piena giustizia, infine, senza sicurezza sul lavoro, la cui mancanza fa ancora tante vittime. Per dare speranza occorre invertire queste tendenze: sarà uno dei segni più rilevanti del Giubileo”. La nostra riflessione tiene presente un principio ineludibile evangelico, quindi, della Chiesa: il lavoro non può essere considerato un mero “fare qualcosa”, perché ci rende parte attiva nella grande opera divina: «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (Gv 5,17), di conseguenza, ogni lavoro va considerato come un agire “con” e “per” gli altri. Se questo è il principio base, va da sé che non possiamo accettare nessun tipo di sfruttamento o di precariato. Non solo, ma in questa prospettiva, non si può prescindere dalla necessità che un impiego sia “dignitoso per tutti”. Così come non possiamo continuare ad assistere alla mancanza di sicurezza, prima causa della morte degli stessi lavoratori.

La nostra speranza è questa: farsi guidare, nelle varie azioni, da quei principi dettati dalla nostra Costituzione che dedica proprio al lavoro una delle sue parti centrali. La Repubblica “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto” (art. 4); “tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori” (art. 35); “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.” (art. 38). Erano principi molto impregnati di Vangelo. Oggi molti parlano di Vangelo, ma spesso di Vangelo non c’è nulla.

In comunione con i vescovi della Chiesa italiana, ritengo che la Festa dei Lavoratori, in questo Anno giubilare, intende tracciare orizzonti di speranza agli uomini e alle donne del nostro tempo, consapevoli «che il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo» (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 3). È la nostra mano visibile che deve completare l’opera di con-creazione di una società equa e solidale e continuare a seminare speranza. Infatti, «i segni dei tempi, che racchiudono l’anelito del cuore umano, bisognoso della presenza salvifica di Dio, chiedono di essere trasformati in segni di speranza» (Spes non confundit, 7).

Nessuno vuole insegnare agli altri ciò che devono fare o come devono farlo. Né tantomeno alle istituzioni. Ma anche la Chiesa, parte integrante della gente della Romagna perché la ascolta, dialoga con essa, si fa carico, a dirla con le parole della Gaudium et Spes, “delle tristezze e delle angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono” e quindi si fa compagna di viaggio, deve essere ascoltata. La Chiesa non è una voce fuori dal coro. Tutti siamo chiamati a fare sentire la nostra voce. Non in contrapposizione. Dobbiamo ritornare al rispetto dell’altro. Possiamo dialogare.

Oltre che con il nostro impegno a favore dei giovani, (diversi giovani emigrano al nord e arricchiscono il nord. Diversi ne ho sposati e adesso vivono qui) accompagniamo questi processi di sviluppo con la nostra preghiera. Il Signore ricolmi di grazia la nostra regione e sostenga e illumini i giovani che con coraggio desiderano concorrere al futuro di questa terra: possano rendersi protagonisti responsabili.

Invoco su ognuno di voi ogni grazia e benedizione affinché ogni giorno, attraverso il vostro impegno e collaborazione, dalla terra di Romagna continuino a nascere germogli di speranza per tutti. Vi affido alla Madonna del Popolo, perché lei possa pregare per noi e assieme a noi, in particolare nei momenti più difficili. Così sia.