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Omelia dell’Arcivescovo-Vescovo Mons. Caiazzo per le esequie di Don Crescenzio Moretti

Basilica Cattedrale 11 giugno 2026

 

 

Carissimi,

nel giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di S. Barnaba, ci ritroviamo insieme per celebrare la nascita alla vita eterna del nostro confratello sacerdote D. Crescenzio Moretti, figlio di questa Chiesa di Cesena – Sarsina, apostolo dedito all’evangelizzazione.

L’evangelista Luca presenta Barnaba in mezzo a tanti profeti e maestri come Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. Sono tutti personaggi di provenienza internazionale e interculturale. In mezzo a tutti c’è lo Spirito Santo, in un contesto di preghiera e di digiuno, che dice: “Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati”. Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono”.

Questa Parola credo abbia trovato ancora una volta compimento nella vita di D. Crescenzio. Chiamato dal Signore ad essere suo sacerdote in questa nostra Chiesa per poi inviarlo in un contesto missionario oltre oceano, fra tanti altri maestri e profeti.

Dio, anche attraverso di lui, così come con tanti altri nostri presbiteri, ha tracciato una nuova rotta di evangelizzazione che partendo da Cesena arrivasse in America Latina, con particolare attenzione alla Colombia e al Venezuela. Una rotta che da qualche anno si è interrotta e che mi auguro possa essere ripristinata.

Nella Chiesa è in atto una continua pentecoste che ci fa comprendere quali siano i nuovi orizzonti da prendere in considerazione nella nostra pastorale ordinaria oggi, aprendo la mente e il cuore a quella disponibilità per il bene della Chiesa universale. E’ quanto è successo a Barnaba e Saulo, così come è stato indicato a D. Crescenzio.

Da quanto ho potuto apprendere il cuore di questo nostro confratello sacerdote si è lasciato dilatare dall’amore per Cristo e per la Chiesa mentre ardeva per la presenza del fuoco dello Spirito Santo che lo animava.

Barnaba era certo che il Signore avrebbe preceduto lui e Saulo nelle nuove terre di annuncio, sconosciute perché mai viste, con una nuova lingua, cultura e tradizioni diverse. Era cosciente che nella novità di Dio bisognava sempre entrare per essere intraprendenti e creativi sposando le Chiese a lui affidate.

Non vi pare, carissimi, che altrettanto ha vissuto e sperimentato D. Crescenzio? Ne è testimonianza il ricordo affettuoso intriso di dolore da parte del vescovo di Carùpano, Mons. Jaeme Josè Villarroel Rodriguez, e dell’intera comunità che appresa la notizia della dipartita di D. Crescenzio, hanno manifestato vicinanza e preghiera nel rendimento di grazie a Dio.

Mi piace applicare alla vita di D. Crescenzio le parole di Benedetto XVI, quando diceva: “Nella missione evangelizzatrice (si riferisce a Barnaba, Paolo, Silvano, Apollo) hanno trovato il senso della loro vita, e in quanto tali stanno davanti a noi come modelli luminosi di disinteresse e di generosità… Tutti siamo umili ministri di Gesù. Serviamo il Vangelo per quanto possiamo, secondo i nostri doni, e preghiamo Dio perché faccia lui crescere oggi il suo Vangelo, la sua Chiesa”.

E’ sempre l’evangelista Luca che, quando parla di Barnaba, lo indica con il soprannome di “figlio dell’esortazione”. E infatti incoraggia chi incontra, sa vedere il bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto, indicando delle soluzioni pastorali concrete, soprattutto difronte alle inevitabili difficoltà. In poche parole è colui che agisce per unire piuttosto che dividere, a costruire invece che criticare.

Voi carissimi, che avete conosciuto sicuramente meglio di me D. Crescenzio, siete testimoni di come queste qualità gli erano comuni.

Nel brano del Vangelo c’è scritto che Gesù manda i suoi discepoli ad annunziare la Buona Novella dicendo: “Il Regno dei Cieli è vicino”. In poche parole significa che è alla portata di tutti, perché già in mezzo a noi, attraverso il passare oggi di Gesù che parla, agisce, opera attraverso quanti lui chiama e invia.

La vita di D. Crescenzio è stata, parafrasando il suo nome, un crescendo continuo nel prendersi cura dei malati, dare speranza ai moribondi, dare la misericordia di Dio, allontanare il male. Nei suoi gesti di accoglienza e di inclusione ha mostrato concretamente il Regno attraverso atti di generosità nei quali l’amore gratuito di Dio si è manifestato come luce per la vita di tanti cuori smarriti, affranti, alla ricerca della verità.

Agli apostoli Gesù dice: «Non portate nelle vostre cinture né oro, né argento, né rame; né sacca da viaggio, né tunica di ricambio, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo sostentamento». Ogni apostolo missionario, nel nome di Gesù, porta dentro di sé la sua ricchezza, mostra il volto della pace, della condivisione e della fraternità.

Tutte caratteristiche che hanno animato la vita sacerdotale di D. Crescenzio anche con gli altri confratelli fino al termine della sua vita terrena, soprattutto con quanti ha condiviso gli ultimi anno della sua vita, e che sono presenti all’opera D. Baronio.

Sabato scorso, nell’ultimo incontro che ho avuto con lui, si vedeva chiaramente che ormai era ridotto a una piccola fiammella che stava per spegnersi. Abbiamo vissuto un ultimo momento di preghiera, affidando gli ultimi atti della sua vita terrena alla Madonna. L’ho benedetto con la certezza che Maria, Mamma di Gesù e Mamma dei sacerdoti, lo stava aspettando alle porte del Paradiso perché entrasse per godere quella vita eterna che ha sempre annunciato e nella quale ha sperato.

E mentre celebriamo l’Eucaristia, fonte e culmine di tutta la vita della Chiesa, che ha presieduto, nutrendosi e nutrendo il popolo santo di Dio, “annunciamo la morte di Gesù, proclamiamo la sua risurrezione, nell’attesa della sua venuta”. In questa professione di fede anche per D. Crescenzio oggi proclamiamo la sua risurrezione, nell’attesa del ritorno di Cristo sulla terra. Amen.

 

PREGHIERA PER LA SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI

Sei presente, Gesù,

nella Parola che risuona

in ogni tuo tempio,

in ogni famiglia, piccola Chiesa,

negli immensi spazi

attorno a te

dove ti sveli sempre

cibo di vita eterna.

 

Sei presente, Gesù,

nel pane e nel vino

posti sull’altare

con la rugiada del tuo Spirito

diventano tuo corpo e tuo sangue

che nutrono la tua Chiesa

che sazia di te

condivide l’amore che lava il peccato.

 

Sei presente, Gesù,

sulle nostre mani

sporche e impure;

trasformi la debolezza

di volti di uomini e donne

di giovani e ragazzi

di anziani e vecchi

in potenza divina.

 

Sei presente, Gesù,

corpo reale

carne immolata

per la nostra carne.

Noi ti adoriamo

respirando solo te

diveniamo legame di amore:

ora il mio corpo è in te!

 

Sei presente, Gesù,

mentre ci mostri il Padre

che attorno alla tavola imbandita

ci chiama “figlioli”,

noi tua famiglia

in cui tu abiti

e la colmi di te

perchè da sempre ci ami.

 

 

Omelia dell’Arcivescovo-Vescovo Antonio Giuseppe Caiazzo per al Solennità del Corpus Domini

 

Basilica Cattedrale di Cesena 04 giugno 2026

Carissimi,

ci ritroviamo insieme come Chiesa Diocesana per celebrare la solennità del Corpus Domini e contemplare la presenza reale del Signore nella sua Chiesa attraverso il suo vero corpo e il suo vero sangue. Solennità che meditiamo attraverso la storia della salvezza che la liturgia della Parola ci ha annunciato. Ad essa facciamo riferimento per capirne meglio il significato profondo che l’Eucaristia racchiude.

Il brano della prima lettura, tratto dal libro del Deuteronomio, apre con un’esortazione rivolta al popolo d’Israele che, arrivato alle steppe di Moab, si appresta ad attraversare il fiume Giordano per entrare nella Terra Promessa: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi» (v. 2). Sappiamo che la maggior parte di quanti erano usciti dall’Egitto erano morti. Chi attraversa il Giordano è nato e cresciuto nel deserto, conoscendo solo sofferenze in continuo girovagare e in un territorio inospitale. Situazione che ricordano molto bene. Devono invece ricordarsene coloro che già si trovano nella terra di Canaan e che potrebbero dimenticarsi di tutte le difficolta che i loro progenitori hanno dovuto affrontare prima di entrare in quella terra.

Non devono dimenticare, prima di tutto, che se sono arrivati nella terra promessa non è merito loro ma di YHWH. E’ Lui che li ha liberati dalla schiavitù facendoli uscire dall’Egitto. E’ stato sempre Lui che ha permesso che attraversassero una terra deserta, arida, senz’acqua. E’ stato lui che li ha dissetati con l’acqua scaturita dalla roccia e sfamati con la manna nel deserto.

Ogni volta che il popolo si è dimenticato di Dio, si è prostrato ad adorare altri déi, quelli pagani, sperimentando la sofferenza della deportazione e dell’esilio. E’ questo il motivo per cui sono invitati a ritornare con il pensiero a quel lungo tempo vissuto nel deserto, proprio ora che stanno per entrare in quella terra che tanto avevano desiderato di raggiungere. Il benessere nel quale sono immersi e che Dio ha loro dato potrebbe far dimenticare che è opera divina. E infatti diventano orgogliosi mettendo da parte Dio.

E’ una situazione che continuerà a ripetersi nel corso della storia della salvezza. Anche noi, quale nuovo popolo di Dio, ogni volta che lo abbandoniamo, ci ritroviamo sempre più bisognosi, sperimentando l’umiliazione derivante dalle nostre scelte di vita senza più Dio e ricerchiamo ancora un nutrimento che rimandi alla manna. Le ingiustizie, le guerre, il sangue innocente versato, la paura di nuove pandemie, sono alcune delle conseguenze di scelte dove la dignità dell’uomo continua ad essere spogliata. Come dice Leone XIV nella Magnifica Humanitas al n. 231: «La carne del Figlio, povera e vulnerabile, richiama la carne di tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità […] e attraverso questa vicinanza il dono della pace entra nel mondo in modo paradossale». L’Enciclica di Leone XIV nasce dall’urgenza di fermare le guerre, il riarmo, l’uso dell’IA per uccidere. Tuttavia, per fermare la violenza umana, il Papa sa che bisogna prima purificare l’immagine di Dio che rinnova l’invito ad osservare i suoi comandamenti, camminando nelle sue vie.

Cammino che nella seconda lettura viene spiegato da Paolo, per la comunità cristiana, come corpo perché alimentato dal pane spezzato e dal calice condiviso: l’Eucaristia. “Poiché vi è un solo pane, noi, che pure siamo molti, formiamo un solo corpo” (1Cor 10,17). Una sfida che soprattutto ai nostri giorni appare difficile: perde sempre più consistenza il senso dell’appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Si preferisce nutrirsi di formalismi religiosi, oppure di vivere una fede senza Dio e la Chiesa, secondo le esigenze personali.

Mancanza che trova le radici nella frammentarietà dell’esistenza, delle scelte che si continuano a fare mettendo fine con sempre più frequenza ad ogni forma di relazione: dalla famiglia ai colleghi di lavoro, dagli amici ai vicini di casa. E questo perché nell’era delle grandi comunicazioni le relazioni sono sempre più superficiali e meno autentiche e profonde. Leone XIV, sempre nella Magnifica humanitas, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, così s’introduce: “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. Nella sua lettura appare chiaro come il pensiero del Pontefice sia un invito a “costruire il bene” e a “rimanere umani”. Ciò è possibile se si seguirà la logica della corresponsabilità coraggiosa, della sussidiarietà, della comunione, affinchè “il mondo possa riconoscere…nel cuore dell’essere umano il luogo dove Dio desidera abitare”. Eppure a volte è come se ci fosse indifferenza e non sdegno di fronte allo sfruttamento e all’orrore di corpi bruciati in un’auto! E’ il corpo di Cristo che viene annientato barbaramente. Cambiano le modalità, i tempi, gli uomini, ma Cristo viene ucciso senza pietà ogni qual volta la dignità della persona viene violata.

L’Eucaristia è molto di più della terra promessa nella quale entriamo nutrendoci della divinità che si è fatta carne. Per gustarne la presenza e sperimentarne il nutrimento è necessario rinnegare l’idolatria che in questo tempo alberga nel cuore dell’uomo. Idolatria che divide e allontana dalla fraternità, dal perdono, dal desiderio di comunione con Dio e con gli uomini.

Sono tanti gli idoli che, senza rendercene conto, anche noi stiamo accogliendo e adorando e per i quali soffriamo. Penso a quanto sia difficile nelle famiglie costruire relazioni salde tra marito e moglie, tra genitori e figli, o alle scelte di vita che vengono fatte e che contrastano con l’annuncio evangelico. Ho l’impressione che spesso Gesù Cristo venga strattonato per opportunismo, per giustificare posizioni che moralmente sono inaccettabili. Si confonde l’amore di Dio e la sua misericordia con uno sterile assenso permissivo a tutto.

Compito della Chiesa non è giudicare e condannare ma accogliere tutti e accompagnare, guidare e illuminare le coscienze per capire che il nostro Cristianesimo è molto di più delle correnti filosofiche, moraliste o partitiche. E’ esattamente ciò che ci dona l’Eucaristia: venire assorbiti da Cristo, cibo di vita eterna e bevanda di salvezza, sapendo offrire la propria vita per il bene dell’umanità.

E’ questo il motivo per cui porteremo l’Eucaristia per le strade della nostra città. Vogliamo dire a tutti, anche a coloro che non si cureranno del passare di Gesù e nostro, che il pane che abbiamo spezzato in chiesa e ricevuto è offerto a tutti, soprattutto a chi è alla ricerca della via, della verità e della vita. Lo facciamo in un modo straordinario questa sera nella nostra città anche con il «Sacro Lino intriso di Sangue» conservato a Bagno di Romagna. Lo storico Fortunio così descrive il Miracolo nella sua nota opera Annales Camaldulenses: «Correva l’anno 1412. La badia camaldolese di Santa Maria in Bagno (allora Priorato) era governata da Don Lazzaro, di origini venete. Mentre costui un dì celebrava il divino Sacrificio, fu occupata la sua mente, per opera diabolica, da un forte dubbio intorno alla reale presenza di Gesù nel Santissimo Sacramento; quand’ecco vide mettersi in ebollizione le sacre specie del vino, riversarsi fuori del calice e spandersi sopra il corporale in forma di vivo e palpitante sangue, e così il corporale ne rimase inzuppato. Non è a dire quale commozione fosse la sua e quale perturbazione di mente lo cogliesse in quell’istante di fronte ad un avvenimento così strepitoso. Piangendo si rivolse agli astanti, confessando la nutrita incredulità e il Prodigio che allora si era compiuto sotto il suo sguardo».

Abbiamo sentito nel brano del Vangelo che Gesù si definisce: “Pane disceso dal cielo” perché noi mangiandolo riceviamo la vita, riscopriamo di essere in lui figli del Padre, di ricevere lo Spirito e avere la vita eterna.

Nel vangelo di Giovanni non viene descritta l’istituzione dell’Eucaristia ma si parla della lavanda dei piedi durante l’ultima cena. Eppure nessuno degli evangelisti ci spiega così bene il discorso sull’Eucaristia come Giovanni, dopo la condivisione dei pani. Quasi sicuramente l’evangelista si rendeva conto che già allora le liturgie correvano il rischio di sfociare nel semplice ritualismo oppure in una rappresentazione magica. Appare chiaro che il suo dire è contro la “spiritualizzazione” dell’Eucaristia.

E allora ci chiediamo: perché Gesù si presenta come “pane vivo, disceso dal cielo?”. Il riferimento alla manna nel deserto è chiaro. Durante questo cammino, il segno della manna esprime l’amore di Dio fedele, che non abbandona il suo popolo, accompagnandolo, attraverso la sua fedeltà, verso una vita migliore, più piena.

I versetti dell’intero brano meritano di essere meditati tutti, ma per motivi di tempo sottolineo questa frase: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Il dire di Gesù è una vera provocazione perché mangiare la carne e bere il sangue in ebraico significa “fare del male a un nemico”. E invece Gesù sta rivelando qualcosa di nuovo, perché sta rivelando un nuovo modo di vivere la Pasqua che trova nell’annuncio della risurrezione la nuova vita e che nell’Eucaristia, nuovo memoriale, è realmente Pane di vita che sostiene nel cammino del deserto della vita.

E’ la stessa vita del Signore che riceviamo ogni volta che ci accostiamo a ricevere l’Eucaristia. Ricevendo Gesù, non è lui che diventa nostra carne bensì la nostra carne viene assimilata in Lui, quindi capaci di amare come lui ama, perdonare come lui perdona, vincendo il male, annunciando la buona notizia a quanti quotidianamente incontriamo. Lo stesso Giovanni lo spiega quando dice: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Lui ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16).

Entrare nella Terra promessa oggi significa entrare nel mistero che si celebra, coglierne la grandezza immensa dell’Eucaristia, vincendo l’indifferenza, la freddezza e il distacco con cui a volte la si riceve.

Entrare nella Terra promessa significa credere che in quel pezzetto di pane e in quel sorso di vino è realmente presente Gesù che ci aspetta per donarsi a noi. Impariamo da Maria, mamma sua e nostra, ad adorare nella nostra carne la sua presenza, a sentire la gioia di annunciarlo per le strade della storia, testimoniando con le scelte che saremo capaci di fare.

Entrare nella Terra promessa significa che, soprattutto la Domenica e nei giorni festivi, ci ritroviamo come comunità, quindi come Chiesa, perché convocati da Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, quindi unità, comunione relazionale. La forte tentazione che si fa sempre più strada è quella che ognuno desidera la S. Messa nell’ora più conveniente, possibilmente di breve durata. Mi pare di cogliere un numero eccessivo di celebrazione della S. Messa che contribuisce solo a disperdere e frammentare la comunità.

Affidiamoci a Maria che con il suo Fiat ha permesso a Dio di farsi carne, cibo di vita eterna per ognuno di noi e mettiamoci in cammino come ostensori che custodiscono e mostrano la presenza reale di Cristo Signore.

Così sia.

 

 

PREGHIERA PER LA SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI

 

Dacci il pane del cammino, Signore,

spezzato come dono per tutti,

comunione con te e i fratelli

non più anonimi compagni di viaggio

ma figli dell’unico Padre

attorno alla stessa mensa.

 

Allontana la stanca abitudine, Signore,

sentiamo il sapore della tua presenza

per riempirci di te,

vita che scorre nelle vene

carne che nutre

gusto di luce eterna.

 

Sconfiggi l’apatia di stanchi spettatori, Signore,

per cogliere la tua presenza

nel segno del Pane eucaristico

nella Parola che risuona oggi

attraverso la Chiesa,

Madre che nutre.

 

Reale presenza, Tu sei, Signore,

in quel frammento di pane

ammaliante profumo di vita,

in quella goccia di vino

inebriante gusto d’amore

nel cammino con te, Infinito.

 

Signore, ti apparteniamo:

diversi eppur uguali in te, Unico,

ci fai uniti

come tuo Corpo.

Alla nostra pur debole carne

non ti sottrai da innamorato.

 

Sei vita eterna, Signore,

nel segno del sangue

che a noi donato

è presenza da accogliere

sguardo proteso

verso orizzonti lontani.

Incontro del clero a Martorano

 

Giovedì 11 giugno 2026, vigilia della solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, giornata di preghiera per la santificazione del clero, si rinnova l’appuntamento per sacerdoti e diaconi presso il Santuario di Martorano.

Mons. Caiazzo illustrerà i contenuti della lettera pastorale che accompagnerà la riflessione dei prossimi anni in occasione della visita pastorale dell’arcivescovo Antonio Giuseppe alla Diocesi.

La mattinata di spiritualità si concluderà con la presentazione degli appuntamenti del prossimo anno 2026-27.


RIFLESSIONE ALLA VEGLIA DI PENTECOSTE

 

BASILICA CATTEDRALE DI CESENA

23.05.2026

 

 

“Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra”. E’ l’invocazione che la Chiesa, proclamando il Salmo 103, rivolge a Dio, così come abbiamo fatto anche questa sera.

 

In ogni tempo, in ogni epoca, la terra ha avuto bisogno che lo Spirito del Signore continuasse ad aleggiare come al principio della creazione, come durante tutta la storia della salvezza, scendendo anche sotto forma di lingue di fuoco per parlare a tutte le genti di ogni popolo e nazione.

 

Un bisogno che lo esprimiamo anche noi ogni volta che facciamo la professione di fede, soprattutto la domenica: “Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita”. In questa espressione ricordiamo a noi stessi, prima ancora di dirlo agli altri, che ciò che l’anima è per il corpo, lo Spirito lo è per la Chiesa (S. Agostino) che comunica vita rinnovando la nostra vita.

 

Una terra che, anche ai nostri giorni, ha bisogno di sentire il silenzioso passaggio dello Spirito Santo affinchè rimetta ordine e doni pace ai nostri cuori che sono così in conflitto e a volte rassegnati perché abitati dalle guerre, dalle carestie, dalle malattie, dalle ingiustizie. Stasera, ancora una volta ci è stato ricordato che “il frutto dello Spirito è pace”. Una pace che invochiamo unendo la nostra voce a quella di Papa Leone, fiduciosi che lo Spirito è sempre all’opera.

 

Il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato mette in evidenza un rapporto che si instaura tra la Pace che dona il Risorto a quanti sono riuniti nel Cenacolo, lo Spirito che viene alitato su di loro che rimanda all’inizio della creazione, “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e alitò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn 2,7), e il peccato dell’uomo che ricorda come lo stesso uomo, appena creato, entra nell’area del peccato, e di come Dio fa esperienza del peccato di Adamo, cercandolo e rivestendolo.

 

La venuta di Gesù in mezzo ai discepoli a porte chiuse, porta pace, ricrea entusiasmo e gioia, invia per la missione e, soprattutto, manifesta la presenza nuova dello Spirito Santo che comunica sugli apostoli.

 

Il grande letterato francese Paul Claudel affermava che lo Spirito non dà riposo, dal momento che opera continuamente; e, anche di fronte agli ostacoli, continua a far sentire il suo soffio come dono d’amore di Dio che genera nuova vita. Questo significa che agisce per riportarci a cercare la bellezza delle origini, riscoprendo come fondamentali e indispensabili le priorità che sono state della prima comunità cristiana: la preghiera, la carità, l’annuncio.

 

Come Chiesa di Cesena-Sarsina siamo stasera convenuti in questa Basilica Cattedrale, la chiesa Madre, per “stringerci nell’unità dello Spirito” e progredire nella maturità di avere “un cuore solo e un’anima sola”. Questa fede matura ci spinge ad entrare e frequentare gli ambienti della quotidianità, bisognosi di nuova fecondità, nei quali a volte ci siamo solo fisicamente: la famiglia, il lavoro, la scuola, la sanità, la politica.

 

Lo Spirito Santo ci ricorda che siamo chiamati a confrontarci con l’insegnamento di Gesù, con la sua Parola. Ciò che deve risuonare è la forza travolgente del Vangelo incominciando dai gruppi, dalle associazioni, dai cammini di fede. Con tutto il rispetto per i fondatori, suscitati di certo dallo stesso Spirito, non dimentichiamoci che il loro insegnamento è frutto dell’assimilazione di quanto Gesù ha insegnato e fatto.

 

Leone XIV nell’incontro avuto con i Moderatori delle Aggregazioni ecclesiali due giorni fa ha detto: Chi governa è chiamato ad avere una particolare sensibilità per la salvaguardia, la crescita e il consolidamento della comunione. Ciò vale sia per la vita interna all’associazione o al movimento, sia per la comunione con le altre realtà ecclesiali e con la Chiesa nel suo insieme. Chi esercita una missione di governo nella Chiesa deve imparare ad ascoltare e accogliere pareri diversi, orientamenti culturali e spirituali diversi, temperamenti personali diversi, cercando sempre di conservare, soprattutto nelle decisioni doverose e spesso difficili da prendere, il bene superiore della comunione. Ciò richiede una testimonianza di mitezza, di distacco e di amore disinteressato ai fratelli e alla comunità, che sia di esempio per tutti. Qui vorrei sottolineare l’importanza di questa dimensione della comunione con tutta la Chiesa. A volte troviamo gruppi che si chiudono in sé stessi e pensano che la loro realtà specifica è l’unica o è la Chiesa, ma la Chiesa siamo tutti noi, è molto di più! E quindi i nostri movimenti devono veramente cercare come vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano. E quindi il Vescovo è una figura di riferimento molto importante, e se un gruppo dice: “No, con quel Vescovo non siamo in comunione, ne vogliamo un altro”, non va bene. Dobbiamo cercare di vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano come anche a livello universale.. E’ lo Spirito Santo che rende infuocata la Parola ponendola nei nostri cuori sotto forma di lingue che continuano a scendere anche stasera in questo Cenacolo per essere rinnovati in profondità.

Ecco perché continuiamo a ripetere: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra”. Ci sentiamo come terra arida, senz’acqua, bisognosa di essere irrigata. Il fonte battesimale delle nostre parrocchie, a causa di scelte contrarie al Vangelo, si sta svuotando come una cisterna screpolata, la grazia sacramentale del matrimonio è annacquata con la convivenza o il rito civile, la riconciliazione non viene celebrata perché non si ha più coscienza di cosa sia il peccato, la partecipazione alla liturgia eucaristica spesso è sciatta e in tanti casi corre il rischio di diventare una rappresentazione durante la quale viene dispensata la Santa Comunione. Eppure stasera ripetiamo con maggiore consapevolezza di quanto facciamo ogni volta che partecipiamo all’Eucaristia “Non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa e donale unità e pace secondo la tua volontà”.

In questo Cenacolo, ne abbiamo la certezza, con la potenza dello Spirito Santo, rifiorirà il deserto, la terra arida ritornerà a profumare di nuovi fiori, il nostro cuore si scoprirà di carne capace di amare, perdonare, seminare vita, costruendo relazioni di pace e di giustizia. Abbiamo la certezza che celebrare significa vivere. Celebrare l’Eucaristia significa adottare uno stile di vita che è quello della comunione e del dono, che significa intessere per l’Altro (Dio) e per gli altri (il prossimo) rapporti veri e sinceri.

  1. Paolo VI nel 1972 diceva. “La Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo (…). La Chiesa ha bisogno di riacquistare l’ansia, il gusto, la certezza della sua verità (cf. Gv16,13) e di ascoltare con inviolabile silenzio e con docile disponibilità la voce dello Spirito (…). E poi ha bisogno la Chiesa di sentir rifluire (…) l’onda dell’amore”.

A noi sacerdoti Gesù continua a dirci: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Si fida di noi, agisce in noi e attraverso di noi. Non è importante se siamo pochi, ma che anche noi ci fidiamo del Maestro e Signore. Il resto lo fa lui. La Chiesa è sua, i figli sono di Dio, l’amore lo fa circolare lo Spirito Santo che avvolge, infiamma e cambia la storia delle persone. Le parrocchie non sono nostre: “alla fine diremo: siamo stati servi inutili”.

 

Nella diversità di ministeri ordinati, istituiti, di fatto, colmati di Spirito Santo, siamo chiamati “a parlare in altre lingue”. Linguaggio che ci permette di capire e di essere capiti spezzando la Verità della Parola, seguendo la Via di Gesù Cristo, attingendo alla fonte della Vita, custodendo e difendendo la sacralità della vita. “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune”.

 

Alla luce di queste riflessioni cogliamo come ognuno di noi non è chiamato, come purtroppo assistiamo quotidianamente nei programmo televisivi, a promuovere la logica dell’assolvere o del condannare, bensì quella del perdono che diventa testimonianza e insegnamento. Abbiamo sentito in TV che Davide, 22 anni, accoltellato nel mese di ottobre a Milano, nonostante abbia perso l’uso delle gambe, ha voluto abbracciare i suoi accoltellatori. Così come Maria, vicino Lodi, accoltellata dopo essersi fermata e soccorrere un cane. Nell’intervista traspare un senso di umanità nel pensare al suo aggressore come a una persona che ha bisogno di essere aiutata. Io non so se sono cristiani ma in ogni caso entrambi stanno agendo secondo la logica del Vangelo. Lo Spirito Santo agisce dentro l’accampamento ma anche fuori, ci ricorda Mosè.

 

Siamo tutti polvere, anzi polvere ferita, bisognosa di cura, di affetto, di amore, di perdono, per fare i conti con la verità della condizione umana.  La nostra vita non è recitazione esterna, ma un cammino sotto lo sguardo di Dio: “trasparenza del cuore”, verità davanti al Signore.

 

Con Maria, in mezzo agli apostoli nel Cenacolo di Gerusalemme, mentre le porte sono chiuse per paura o per timore e improvvisamente si aprono lasciando che la luce entri squarciando le tenebre, la vita che ha distrutto la morte riempia ogni spazio e ogni essere vivente, accogliamo il dono dello Spirito Santo, quale dono della presenza del Risorto. Tutto cambia perché, riempiti di coraggio, si attraversano le porte aperte uscendo per le strade per riempirle di quella parresia divina che non solo fa parlare ma anche camminare per le vie di quella Gerusalemme che oggi si chiama Cesena, o meglio Chiesa di Cesena-Sarsina.

 

Anche noi in preghiera e da Maria sostenuti, invochiamo, in comunione con tutta la Chiesa sparsa nel mondo, la potenza dello Spirito Santo.  facendo nostre le parole di S. Agostino:

 

“Respira in me tu, Santo Spirito,

perché siano santi i miei pensieri.

Spingimi tu, Santo Spirito,

perché siano sante le mie azioni.

Attirami tu, Santo Spirito,

perché ami le cose sante.

Fammi forte tu, Santo Spirito,

perché difenda le cose sante.

Difendimi tu, Santo Spirito,

perché non perda mai la tua grazia.

 

Così sia.