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Festa della Famiglia diocesana

 

L’edizione 2026 si aprirà domenica 21 giugno con la celebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo presso il Santuario del sacro Cuore a Martorano. Sono invitate le coppie che durante quest’anno ricordano significativi anniversari di matrimonio.

Lunedì 22 giugno è fissato lo spettacolo teatrale sulla figura del servo di Dio don Carlo Baronio.

Mercoledì 24 giugno è il giorno della festa patronale della città di Cesena. La Messa solenne della solennità di San Giovanni Battista si celebrerà in Cattedrale alle ore 10. Il Vescovo invita le autorità cittadine e tutti i fedeli ad unirsi in preghiera per invocare il santo patrono.


PREGHIERA PER L’XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

ANNO A

Il tuo sguardo misericordioso, Signore,

cambia la storia dell’uomo

come Levi, ora Matteo,

come la folla scrutata

dal tuo cuore palpitante d’amore.

 

Nel profondo dell’intimo scruti i segreti

oltre ogni dire

oltre ogni fare

toccando il bisogno infinito

di vera felicità.

 

Tutti infinitamente assetati

di verità

affamati d’amore

bisognosi di guide

di pastori appassionati.

 

Tu, Signore, Pastore vero

ci conduci nella transumanza

sui pascoli di fragrante erba

alle sorgenti di acqua limpida

deliziando la carne e lo spirito.

 

Scegli, tra le tante anime d’Israele,

dodici figli con visioni diverse

della vita e della fede

nella sequela del tuo dire

sulle orme del tuo camminare.

 

Invii, Signore, tra quanti perduti

ormai lontani dal tuo ovile

vivono la nostalgia di casa,

Chiesa che come Madre

cerca e accoglie i suoi figli.

 

E’ tempo di pregare:

la messe è molta

gli operai sono pochi.

E’ tempo di uscire da vuote certezze

crescendo nel tuo pieno amore, Gesù.

Lettera dell’Arcivescovo-Vescovo Mons. Caiazzo per le nuove nomine

 

Cesena 11.06.2026

 

Carissimi confratelli sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, sorelle e fratelli tutti,

ogni anno si vive l’attesa di conoscere le nuove nomine che il vescovo deve annunciare. Sarebbe riduttivo renderle note semplicemente, senza farle precedere da una lettura del cammino che come Chiesa di Cesena-Sarsina stiamo facendo, senza esaminare difficoltà, problemi, esigenze nuove, disponibilità dei presbiteri e dei diaconi.

Faccio mie le parole di Benedetto XVI, quando incontrando il clero di Aosta diceva: “Vedervi riuniti, e così vedermi unito a voi, essere vicino ai sacerdoti che lavorano giorno dopo giorno per il Signore come seminatori della Parola, è per me un conforto e una gioia” (25 luglio 2005).

Come ben sapete ogni decisione è frutto di preghiera, confronto e discernimento con i singoli confratelli sacerdoti delle diverse vicarie, accogliendone le esigenze.

Ringrazio di cuore, a nome dell’intera nostra Chiesa Diocesana, quanti hanno già condiviso le scelte, allargando gli orizzonti del loro operare pastorale e, in tanti casi, mettendosi spontaneamente a completa disposizione per sopperire alle nuove esigenze.

Ciò che per noi è importante è quanto dice l’evangelista Marco: «ne costituì Dodici, che chiamò apostoli, perché stessero con Lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14).

Ognuno di noi sa che dall’intimità con Gesù nasce la gioia della missione di essere sempre pronti ad andare dove Lui ci invia. Nel linguaggio che si fa sempre più strada oggi si chiama “corresponsabilità pastorale”: servire l’intera Diocesi dove sentiamo tutti gli altri non come collaboratori (perché svolgono alcuni servizi), bensì corresponsabili nella diversità di ministero: presbiteri, diaconi, religiosi/e, laici, comunità parrocchiali. “Il Signore parla del seminatore che semina nel campo del mondo. E il seme sembra come la sua Parola, come quelle guarigioni, una cosa veramente piccola in confronto con la realtà storica e politica. Come il seme è piccolo, trascurabile, così anche la Parola” (Benedetto XVI). Ma è questo seme che cambia la nostra storia, la storia di ogni uomo. Noi siamo, come Giovanni Battista, “Voce” ma non la Parola.

Credo che a nessuno di voi sfuggano queste considerazioni:

  1. Come vostro pastore e vescovo il Signore mi chiama a tener presente prima di tutto il bene dei confratelli sacerdoti e dei diaconi (non posso non tener conto delle loro difficoltà, dell’età, delle sofferenze, delle richieste, della disponibilità), di conseguenza la cura e la sollecitudine per le diverse situazioni dell’intera comunità diocesana.
  2. Con il numero di sacerdoti che continua a diminuire e l’età media che aumenta, se lo scorso anno dicevo che la coperta era troppo corta, quest’anno aggiungo che continua a restringersi.
  3. Quanto avviato negli anni passati, attraverso le unità pastorali e parrocchiali, deve trovare un assetto che induca a ripensare meglio alcuni contesti parrocchiali.
  4. Essenziale è la disponibilità dei confratelli sacerdoti e diaconi per aiutarci reciprocamente nel servire tutte le comunità parrocchiali, dalle più piccole e a volte isolate alle più grandi. Diversamente riesce difficile portare avanti il progetto pastorale ed attuare il cammino sinodale.
  5. Tutti sappiamo che le decisioni pastorali, quali trasferimenti e nomine, non sono mai facili e comportano inevitabilmente sofferenze sia ai diretti interessati che alle comunità parrocchiali. Ma non dimentichiamo che le decisioni del vescovo sono anche la conseguenza di tante situazioni impreviste che in parte ho già citato (malattie, anzianità, sofferenze personali) che conservo per me.
  6. Aggiungo che ormai si avverte la necessità di riorganizzare il ministero sacerdotale, soprattutto perché sta aumentando il bisogno che un presbitero serva più parrocchie, con la progettazione di nuove metodologie, che prevedano un lavoro pastorale in sinergia tra parrocchie e soprattutto tra sacerdoti. Non è più il tempo di coltivare il proprio orticello. Siamo chiamati ad essere una Chiesa sinodale continuamente in uscita.
  7. In Italia la Conferenza episcopale ha disposto che, quando la nomina viene fatta a tempo, abbia la durata dinove anni. E’ una direttiva che, in alcuni casi, genera comprensibili difficoltà e sofferenze, ma la Chiesa ci insegna che mira a favorire la rigenerazione spirituale delle comunità e degli stessi sacerdoti.

Mi piace riportare quanto Leone XIV ha detto nella recente visita a Napoli, rivolgendosi ai sacerdoti, ai religiosi/e, ai diaconi, ai consacrati/e: “… abbiamo bisogno di cura. Anzitutto la cura della vita interiore e spirituale, alimentando costantemente la nostra relazione personale con il Signore nella preghiera e coltivando la capacità di ascoltare ciò che si agita dentro di noi, per fare discernimento e lasciarci illuminare dallo Spirito. Ciò richiede anche il coraggio di saperci fermare, di non aver paura di interrogare il Vangelo sulle situazioni personali e pastorali che viviamo, per non ridurre il ministero a una funzione da svolgere. La cura del nostro ministero, però, passa anche attraverso la fraternità e la comunione. Una fraternità radicata in Dio, che si esprime nell’amicizia e nell’accompagnamento vicendevole, così come nella condivisione di progetti e iniziative pastorali. Essa va considerata «come elemento costitutivo dell’identità dei ministri, non solo come un ideale o uno slogan» (Lett. ap. Una fedeltà che genera futuro, 16). Allo stesso tempo, proprio perché oggi siamo più esposti alle derive della solitudine vivendo in un ambiente culturale più complesso e frammentato, la fraternità chiede di essere coltivata e promossa, magari anche con nuove «forme possibili di vita comune» (ivi, 17), in cui i presbiteri possano aiutarsi a vicenda ed elaborare insieme l’azione pastorale. Si tratta non solo di partecipare a qualche incontro o evento, ma di lavorare per vincere la tentazione dell’individualismo. Pensiamoci preti e religiosi insieme! Esercitiamoci nell’arte della prossimità!”.

Nella fede che professiamo siamo tutti invitati a risentire il fuoco dello Spirito Santo, come a Pentecoste, avendo il coraggio di accogliere quanto ci viene chiesto.

Come Vescovo devo provvedere nel governare la nostra Chiesa locale ricordando a tutti la missione che il Signore ci ha affidato.

Non è più il tempo di trovare una sistemazione rimanendo sempre nella stessa parrocchia o esercitando lo stesso ministero in Curia. Dobbiamo aiutarci sentendoci tutti corresponsabili: sacerdoti, religiosi/e, diaconi, laici.

A nome personale e della Chiesa di Cesena-Sarsina, ringrazio ancora i presbiteri diocesani e religiosi che accogliendo il mio invito all’ultimo ritiro spirituale, si sono resi disponibili con generosità ai trasferimenti. Li ringrazio anche per il bene che hanno fatto nelle comunità che lasciano.

Nello stesso tempo ringrazio le comunità e ciascun fedele per la corresponsabilità vissuta in questi anni con i loro parroci, ora chiamati a servire altre comunità. Accompagnateli con la preghiera e accogliete i nuovi pastori cordialmente e con rinnovata fedeltà. Non dimentichiamo che ogni sacerdote è unico: non esistono i cloni!

La vostra generosità è benedetta dal solo Pastore bello, Gesù, per la sua Chiesa, e che nell’oggi che viviamo ci chiama ad operare nella nostra Diocesi.

Vi chiedo anche di aiutare i nuovi parroci affinchè si esprimano al meglio, per il bene di tutti, secondo i talenti e le capacità personali. Se la parrocchia non è mai proprietà di un parroco, ancor peggio di laici che potrebbero rivestirsi di un’autorità che compete loro nel ruolo di “tutto fare”.

Bisogna promuovere la ministerialità facendo spazio a laici formati, capaci di mostrare il volto di una Chiesa che serve, accoglie, sa soffrire in silenzio, testimonia il Vangelo della Carità. La nostra Scuola di Teologia e l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Forlì stanno dando un notevole apporto.

Ai sacerdoti anziani che hanno presentato le dimissioni, che lasciano l’incarico di parroco, dopo una vita dedicata al ministero pastorale con dedizione, amore, e non pochi sacrifici, rivolgo un sentito grazie a nome di tutti, augurando loro di continuare il servizio sacerdotale con altre modalità. Abbiamo bisogno del sostegno della vostra preghiera, della vostra disponibilità per le confessioni e l’accompagnamento spirituale.

Vi ringrazio dal profondo del cuore.

Nonostante tutte le difficoltà che s’incontrano, il Signore che è fedele ci meraviglia e ci indica nuove strade e presenze:

  1. Presso la Chiesa di S. Bartolo dovrebbe arrivare una giovane Comunità religiosa per avviare un Centro di spiritualità, mettendosi a servizio dell’intera nostra Diocesi: Comunità mariana “Le cinque pietre”: un sacerdote, un monaco e tre monache.
  2. Presso la Casa del clero sarà presente una comunità di suore che opererà, in caso di necessità, nella stessa casa, e, come OSS al D. Baronio.

Spero di rendere pubbliche le nuove nomine e incarichi per sacerdoti, diaconi, laici appena possibile.

Auguro ai nuovi parroci e a chi per la prima volta viene investito del ministero di parroco, a tutto il Presbiterio diocesano e religioso, ai singoli laici e alle rispettive comunità un buon lavoro pastorale nella vigna del Signore e assicuro a tutti la mia Benedizione e la mia paterna preghiera, affidandovi alla Madonna del Popolo e alla protezione di S. Mauro e S. Vicinio.

Vi abbraccio e benedico. Pregate per me.

 

Antonio Giuseppe Caiazzo, Arcivescovo

Vescovo di Cesena-Sarsina

 

Omelia dell’Arcivescovo-Vescovo Mons. Caiazzo per le esequie di Don Crescenzio Moretti

Basilica Cattedrale 11 giugno 2026

 

 

Carissimi,

nel giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di S. Barnaba, ci ritroviamo insieme per celebrare la nascita alla vita eterna del nostro confratello sacerdote D. Crescenzio Moretti, figlio di questa Chiesa di Cesena – Sarsina, apostolo dedito all’evangelizzazione.

L’evangelista Luca presenta Barnaba in mezzo a tanti profeti e maestri come Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. Sono tutti personaggi di provenienza internazionale e interculturale. In mezzo a tutti c’è lo Spirito Santo, in un contesto di preghiera e di digiuno, che dice: “Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati”. Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono”.

Questa Parola credo abbia trovato ancora una volta compimento nella vita di D. Crescenzio. Chiamato dal Signore ad essere suo sacerdote in questa nostra Chiesa per poi inviarlo in un contesto missionario oltre oceano, fra tanti altri maestri e profeti.

Dio, anche attraverso di lui, così come con tanti altri nostri presbiteri, ha tracciato una nuova rotta di evangelizzazione che partendo da Cesena arrivasse in America Latina, con particolare attenzione alla Colombia e al Venezuela. Una rotta che da qualche anno si è interrotta e che mi auguro possa essere ripristinata.

Nella Chiesa è in atto una continua pentecoste che ci fa comprendere quali siano i nuovi orizzonti da prendere in considerazione nella nostra pastorale ordinaria oggi, aprendo la mente e il cuore a quella disponibilità per il bene della Chiesa universale. E’ quanto è successo a Barnaba e Saulo, così come è stato indicato a D. Crescenzio.

Da quanto ho potuto apprendere il cuore di questo nostro confratello sacerdote si è lasciato dilatare dall’amore per Cristo e per la Chiesa mentre ardeva per la presenza del fuoco dello Spirito Santo che lo animava.

Barnaba era certo che il Signore avrebbe preceduto lui e Saulo nelle nuove terre di annuncio, sconosciute perché mai viste, con una nuova lingua, cultura e tradizioni diverse. Era cosciente che nella novità di Dio bisognava sempre entrare per essere intraprendenti e creativi sposando le Chiese a lui affidate.

Non vi pare, carissimi, che altrettanto ha vissuto e sperimentato D. Crescenzio? Ne è testimonianza il ricordo affettuoso intriso di dolore da parte del vescovo di Carùpano, Mons. Jaeme Josè Villarroel Rodriguez, e dell’intera comunità che appresa la notizia della dipartita di D. Crescenzio, hanno manifestato vicinanza e preghiera nel rendimento di grazie a Dio.

Mi piace applicare alla vita di D. Crescenzio le parole di Benedetto XVI, quando diceva: “Nella missione evangelizzatrice (si riferisce a Barnaba, Paolo, Silvano, Apollo) hanno trovato il senso della loro vita, e in quanto tali stanno davanti a noi come modelli luminosi di disinteresse e di generosità… Tutti siamo umili ministri di Gesù. Serviamo il Vangelo per quanto possiamo, secondo i nostri doni, e preghiamo Dio perché faccia lui crescere oggi il suo Vangelo, la sua Chiesa”.

E’ sempre l’evangelista Luca che, quando parla di Barnaba, lo indica con il soprannome di “figlio dell’esortazione”. E infatti incoraggia chi incontra, sa vedere il bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto, indicando delle soluzioni pastorali concrete, soprattutto difronte alle inevitabili difficoltà. In poche parole è colui che agisce per unire piuttosto che dividere, a costruire invece che criticare.

Voi carissimi, che avete conosciuto sicuramente meglio di me D. Crescenzio, siete testimoni di come queste qualità gli erano comuni.

Nel brano del Vangelo c’è scritto che Gesù manda i suoi discepoli ad annunziare la Buona Novella dicendo: “Il Regno dei Cieli è vicino”. In poche parole significa che è alla portata di tutti, perché già in mezzo a noi, attraverso il passare oggi di Gesù che parla, agisce, opera attraverso quanti lui chiama e invia.

La vita di D. Crescenzio è stata, parafrasando il suo nome, un crescendo continuo nel prendersi cura dei malati, dare speranza ai moribondi, dare la misericordia di Dio, allontanare il male. Nei suoi gesti di accoglienza e di inclusione ha mostrato concretamente il Regno attraverso atti di generosità nei quali l’amore gratuito di Dio si è manifestato come luce per la vita di tanti cuori smarriti, affranti, alla ricerca della verità.

Agli apostoli Gesù dice: «Non portate nelle vostre cinture né oro, né argento, né rame; né sacca da viaggio, né tunica di ricambio, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo sostentamento». Ogni apostolo missionario, nel nome di Gesù, porta dentro di sé la sua ricchezza, mostra il volto della pace, della condivisione e della fraternità.

Tutte caratteristiche che hanno animato la vita sacerdotale di D. Crescenzio anche con gli altri confratelli fino al termine della sua vita terrena, soprattutto con quanti ha condiviso gli ultimi anno della sua vita, e che sono presenti all’opera D. Baronio.

Sabato scorso, nell’ultimo incontro che ho avuto con lui, si vedeva chiaramente che ormai era ridotto a una piccola fiammella che stava per spegnersi. Abbiamo vissuto un ultimo momento di preghiera, affidando gli ultimi atti della sua vita terrena alla Madonna. L’ho benedetto con la certezza che Maria, Mamma di Gesù e Mamma dei sacerdoti, lo stava aspettando alle porte del Paradiso perché entrasse per godere quella vita eterna che ha sempre annunciato e nella quale ha sperato.

E mentre celebriamo l’Eucaristia, fonte e culmine di tutta la vita della Chiesa, che ha presieduto, nutrendosi e nutrendo il popolo santo di Dio, “annunciamo la morte di Gesù, proclamiamo la sua risurrezione, nell’attesa della sua venuta”. In questa professione di fede anche per D. Crescenzio oggi proclamiamo la sua risurrezione, nell’attesa del ritorno di Cristo sulla terra. Amen.

 

PREGHIERA PER LA SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI

Sei presente, Gesù,

nella Parola che risuona

in ogni tuo tempio,

in ogni famiglia, piccola Chiesa,

negli immensi spazi

attorno a te

dove ti sveli sempre

cibo di vita eterna.

 

Sei presente, Gesù,

nel pane e nel vino

posti sull’altare

con la rugiada del tuo Spirito

diventano tuo corpo e tuo sangue

che nutrono la tua Chiesa

che sazia di te

condivide l’amore che lava il peccato.

 

Sei presente, Gesù,

sulle nostre mani

sporche e impure;

trasformi la debolezza

di volti di uomini e donne

di giovani e ragazzi

di anziani e vecchi

in potenza divina.

 

Sei presente, Gesù,

corpo reale

carne immolata

per la nostra carne.

Noi ti adoriamo

respirando solo te

diveniamo legame di amore:

ora il mio corpo è in te!

 

Sei presente, Gesù,

mentre ci mostri il Padre

che attorno alla tavola imbandita

ci chiama “figlioli”,

noi tua famiglia

in cui tu abiti

e la colmi di te

perchè da sempre ci ami.

 

 

Omelia dell’Arcivescovo-Vescovo Antonio Giuseppe Caiazzo per al Solennità del Corpus Domini

 

Basilica Cattedrale di Cesena 04 giugno 2026

Carissimi,

ci ritroviamo insieme come Chiesa Diocesana per celebrare la solennità del Corpus Domini e contemplare la presenza reale del Signore nella sua Chiesa attraverso il suo vero corpo e il suo vero sangue. Solennità che meditiamo attraverso la storia della salvezza che la liturgia della Parola ci ha annunciato. Ad essa facciamo riferimento per capirne meglio il significato profondo che l’Eucaristia racchiude.

Il brano della prima lettura, tratto dal libro del Deuteronomio, apre con un’esortazione rivolta al popolo d’Israele che, arrivato alle steppe di Moab, si appresta ad attraversare il fiume Giordano per entrare nella Terra Promessa: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi» (v. 2). Sappiamo che la maggior parte di quanti erano usciti dall’Egitto erano morti. Chi attraversa il Giordano è nato e cresciuto nel deserto, conoscendo solo sofferenze in continuo girovagare e in un territorio inospitale. Situazione che ricordano molto bene. Devono invece ricordarsene coloro che già si trovano nella terra di Canaan e che potrebbero dimenticarsi di tutte le difficolta che i loro progenitori hanno dovuto affrontare prima di entrare in quella terra.

Non devono dimenticare, prima di tutto, che se sono arrivati nella terra promessa non è merito loro ma di YHWH. E’ Lui che li ha liberati dalla schiavitù facendoli uscire dall’Egitto. E’ stato sempre Lui che ha permesso che attraversassero una terra deserta, arida, senz’acqua. E’ stato lui che li ha dissetati con l’acqua scaturita dalla roccia e sfamati con la manna nel deserto.

Ogni volta che il popolo si è dimenticato di Dio, si è prostrato ad adorare altri déi, quelli pagani, sperimentando la sofferenza della deportazione e dell’esilio. E’ questo il motivo per cui sono invitati a ritornare con il pensiero a quel lungo tempo vissuto nel deserto, proprio ora che stanno per entrare in quella terra che tanto avevano desiderato di raggiungere. Il benessere nel quale sono immersi e che Dio ha loro dato potrebbe far dimenticare che è opera divina. E infatti diventano orgogliosi mettendo da parte Dio.

E’ una situazione che continuerà a ripetersi nel corso della storia della salvezza. Anche noi, quale nuovo popolo di Dio, ogni volta che lo abbandoniamo, ci ritroviamo sempre più bisognosi, sperimentando l’umiliazione derivante dalle nostre scelte di vita senza più Dio e ricerchiamo ancora un nutrimento che rimandi alla manna. Le ingiustizie, le guerre, il sangue innocente versato, la paura di nuove pandemie, sono alcune delle conseguenze di scelte dove la dignità dell’uomo continua ad essere spogliata. Come dice Leone XIV nella Magnifica Humanitas al n. 231: «La carne del Figlio, povera e vulnerabile, richiama la carne di tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità […] e attraverso questa vicinanza il dono della pace entra nel mondo in modo paradossale». L’Enciclica di Leone XIV nasce dall’urgenza di fermare le guerre, il riarmo, l’uso dell’IA per uccidere. Tuttavia, per fermare la violenza umana, il Papa sa che bisogna prima purificare l’immagine di Dio che rinnova l’invito ad osservare i suoi comandamenti, camminando nelle sue vie.

Cammino che nella seconda lettura viene spiegato da Paolo, per la comunità cristiana, come corpo perché alimentato dal pane spezzato e dal calice condiviso: l’Eucaristia. “Poiché vi è un solo pane, noi, che pure siamo molti, formiamo un solo corpo” (1Cor 10,17). Una sfida che soprattutto ai nostri giorni appare difficile: perde sempre più consistenza il senso dell’appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Si preferisce nutrirsi di formalismi religiosi, oppure di vivere una fede senza Dio e la Chiesa, secondo le esigenze personali.

Mancanza che trova le radici nella frammentarietà dell’esistenza, delle scelte che si continuano a fare mettendo fine con sempre più frequenza ad ogni forma di relazione: dalla famiglia ai colleghi di lavoro, dagli amici ai vicini di casa. E questo perché nell’era delle grandi comunicazioni le relazioni sono sempre più superficiali e meno autentiche e profonde. Leone XIV, sempre nella Magnifica humanitas, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, così s’introduce: “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. Nella sua lettura appare chiaro come il pensiero del Pontefice sia un invito a “costruire il bene” e a “rimanere umani”. Ciò è possibile se si seguirà la logica della corresponsabilità coraggiosa, della sussidiarietà, della comunione, affinchè “il mondo possa riconoscere…nel cuore dell’essere umano il luogo dove Dio desidera abitare”. Eppure a volte è come se ci fosse indifferenza e non sdegno di fronte allo sfruttamento e all’orrore di corpi bruciati in un’auto! E’ il corpo di Cristo che viene annientato barbaramente. Cambiano le modalità, i tempi, gli uomini, ma Cristo viene ucciso senza pietà ogni qual volta la dignità della persona viene violata.

L’Eucaristia è molto di più della terra promessa nella quale entriamo nutrendoci della divinità che si è fatta carne. Per gustarne la presenza e sperimentarne il nutrimento è necessario rinnegare l’idolatria che in questo tempo alberga nel cuore dell’uomo. Idolatria che divide e allontana dalla fraternità, dal perdono, dal desiderio di comunione con Dio e con gli uomini.

Sono tanti gli idoli che, senza rendercene conto, anche noi stiamo accogliendo e adorando e per i quali soffriamo. Penso a quanto sia difficile nelle famiglie costruire relazioni salde tra marito e moglie, tra genitori e figli, o alle scelte di vita che vengono fatte e che contrastano con l’annuncio evangelico. Ho l’impressione che spesso Gesù Cristo venga strattonato per opportunismo, per giustificare posizioni che moralmente sono inaccettabili. Si confonde l’amore di Dio e la sua misericordia con uno sterile assenso permissivo a tutto.

Compito della Chiesa non è giudicare e condannare ma accogliere tutti e accompagnare, guidare e illuminare le coscienze per capire che il nostro Cristianesimo è molto di più delle correnti filosofiche, moraliste o partitiche. E’ esattamente ciò che ci dona l’Eucaristia: venire assorbiti da Cristo, cibo di vita eterna e bevanda di salvezza, sapendo offrire la propria vita per il bene dell’umanità.

E’ questo il motivo per cui porteremo l’Eucaristia per le strade della nostra città. Vogliamo dire a tutti, anche a coloro che non si cureranno del passare di Gesù e nostro, che il pane che abbiamo spezzato in chiesa e ricevuto è offerto a tutti, soprattutto a chi è alla ricerca della via, della verità e della vita. Lo facciamo in un modo straordinario questa sera nella nostra città anche con il «Sacro Lino intriso di Sangue» conservato a Bagno di Romagna. Lo storico Fortunio così descrive il Miracolo nella sua nota opera Annales Camaldulenses: «Correva l’anno 1412. La badia camaldolese di Santa Maria in Bagno (allora Priorato) era governata da Don Lazzaro, di origini venete. Mentre costui un dì celebrava il divino Sacrificio, fu occupata la sua mente, per opera diabolica, da un forte dubbio intorno alla reale presenza di Gesù nel Santissimo Sacramento; quand’ecco vide mettersi in ebollizione le sacre specie del vino, riversarsi fuori del calice e spandersi sopra il corporale in forma di vivo e palpitante sangue, e così il corporale ne rimase inzuppato. Non è a dire quale commozione fosse la sua e quale perturbazione di mente lo cogliesse in quell’istante di fronte ad un avvenimento così strepitoso. Piangendo si rivolse agli astanti, confessando la nutrita incredulità e il Prodigio che allora si era compiuto sotto il suo sguardo».

Abbiamo sentito nel brano del Vangelo che Gesù si definisce: “Pane disceso dal cielo” perché noi mangiandolo riceviamo la vita, riscopriamo di essere in lui figli del Padre, di ricevere lo Spirito e avere la vita eterna.

Nel vangelo di Giovanni non viene descritta l’istituzione dell’Eucaristia ma si parla della lavanda dei piedi durante l’ultima cena. Eppure nessuno degli evangelisti ci spiega così bene il discorso sull’Eucaristia come Giovanni, dopo la condivisione dei pani. Quasi sicuramente l’evangelista si rendeva conto che già allora le liturgie correvano il rischio di sfociare nel semplice ritualismo oppure in una rappresentazione magica. Appare chiaro che il suo dire è contro la “spiritualizzazione” dell’Eucaristia.

E allora ci chiediamo: perché Gesù si presenta come “pane vivo, disceso dal cielo?”. Il riferimento alla manna nel deserto è chiaro. Durante questo cammino, il segno della manna esprime l’amore di Dio fedele, che non abbandona il suo popolo, accompagnandolo, attraverso la sua fedeltà, verso una vita migliore, più piena.

I versetti dell’intero brano meritano di essere meditati tutti, ma per motivi di tempo sottolineo questa frase: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Il dire di Gesù è una vera provocazione perché mangiare la carne e bere il sangue in ebraico significa “fare del male a un nemico”. E invece Gesù sta rivelando qualcosa di nuovo, perché sta rivelando un nuovo modo di vivere la Pasqua che trova nell’annuncio della risurrezione la nuova vita e che nell’Eucaristia, nuovo memoriale, è realmente Pane di vita che sostiene nel cammino del deserto della vita.

E’ la stessa vita del Signore che riceviamo ogni volta che ci accostiamo a ricevere l’Eucaristia. Ricevendo Gesù, non è lui che diventa nostra carne bensì la nostra carne viene assimilata in Lui, quindi capaci di amare come lui ama, perdonare come lui perdona, vincendo il male, annunciando la buona notizia a quanti quotidianamente incontriamo. Lo stesso Giovanni lo spiega quando dice: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Lui ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16).

Entrare nella Terra promessa oggi significa entrare nel mistero che si celebra, coglierne la grandezza immensa dell’Eucaristia, vincendo l’indifferenza, la freddezza e il distacco con cui a volte la si riceve.

Entrare nella Terra promessa significa credere che in quel pezzetto di pane e in quel sorso di vino è realmente presente Gesù che ci aspetta per donarsi a noi. Impariamo da Maria, mamma sua e nostra, ad adorare nella nostra carne la sua presenza, a sentire la gioia di annunciarlo per le strade della storia, testimoniando con le scelte che saremo capaci di fare.

Entrare nella Terra promessa significa che, soprattutto la Domenica e nei giorni festivi, ci ritroviamo come comunità, quindi come Chiesa, perché convocati da Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, quindi unità, comunione relazionale. La forte tentazione che si fa sempre più strada è quella che ognuno desidera la S. Messa nell’ora più conveniente, possibilmente di breve durata. Mi pare di cogliere un numero eccessivo di celebrazione della S. Messa che contribuisce solo a disperdere e frammentare la comunità.

Affidiamoci a Maria che con il suo Fiat ha permesso a Dio di farsi carne, cibo di vita eterna per ognuno di noi e mettiamoci in cammino come ostensori che custodiscono e mostrano la presenza reale di Cristo Signore.

Così sia.

 

 

PREGHIERA PER LA SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI

 

Dacci il pane del cammino, Signore,

spezzato come dono per tutti,

comunione con te e i fratelli

non più anonimi compagni di viaggio

ma figli dell’unico Padre

attorno alla stessa mensa.

 

Allontana la stanca abitudine, Signore,

sentiamo il sapore della tua presenza

per riempirci di te,

vita che scorre nelle vene

carne che nutre

gusto di luce eterna.

 

Sconfiggi l’apatia di stanchi spettatori, Signore,

per cogliere la tua presenza

nel segno del Pane eucaristico

nella Parola che risuona oggi

attraverso la Chiesa,

Madre che nutre.

 

Reale presenza, Tu sei, Signore,

in quel frammento di pane

ammaliante profumo di vita,

in quella goccia di vino

inebriante gusto d’amore

nel cammino con te, Infinito.

 

Signore, ti apparteniamo:

diversi eppur uguali in te, Unico,

ci fai uniti

come tuo Corpo.

Alla nostra pur debole carne

non ti sottrai da innamorato.

 

Sei vita eterna, Signore,

nel segno del sangue

che a noi donato

è presenza da accogliere

sguardo proteso

verso orizzonti lontani.

Incontro del clero a Martorano

 

Giovedì 11 giugno 2026, vigilia della solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, giornata di preghiera per la santificazione del clero, si rinnova l’appuntamento per sacerdoti e diaconi presso il Santuario di Martorano.

Mons. Caiazzo illustrerà i contenuti della lettera pastorale che accompagnerà la riflessione dei prossimi anni in occasione della visita pastorale dell’arcivescovo Antonio Giuseppe alla Diocesi.

La mattinata di spiritualità si concluderà con la presentazione degli appuntamenti del prossimo anno 2026-27.