Adorazione eucaristica con i giovani
Accogliendo l’invito di papa Leone XIV, in comunione con lui, sabato 11 aprile in Cattedrale alle ore 21 si terrà una Veglia di preghiera per la pace.
Mons. Caiazzo sollecita la nostra Chiesa diocesana a vivere un momento di silenzio, di riflessione e spirituale comunione per trasformare la nostra inquietudine in un impegno di riconciliazione quotidiana.
Basilica – Cattedrale Cesena
Carissimi,
«Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo». E’ quanto Maria Maddalena riferisce a Pietro e Giovanni dopo aver visto il sepolcro di Gesù aperto e vuoto. Corre trafelata per dare quest’annuncio. Annuncio che crea sconcerto, forse paura che sia stato trafugato o, meglio, intuizione femminile nel cogliere qualcosa che supera i limiti umani.
La tomba è vuota! E’ questo il cuore dell’annuncio cristiano.
Il corpo di Gesù, che nel sepolcro è stato deposto, ostruito con una grossa pietra e vigilato da soldati di guardia, non c’è: il sepolcro è vuoto.
Maria Maddalena vede ma non entra nella tomba. Pietro e Giovanni arrivano di corsa; il più giovane non entra, aspetta che arrivi Pietro, più anziano e capo degli apostoli, designato da Gesù. Entrano, vedono le fasce a terra, il sudario piegato, un pò in disparte, e, oltre lo smarrimento iniziale, “credono”.
Anche noi, stamattina, siamo convenuti in questa ConCattedrale di Sarsina con le nostre apprensioni, preoccupazioni, dispiaceri, dolori, paure.
Anche noi siamo entrati per riempirci gli occhi di luce: la Luce del risorto.
Anche noi guardiamo il Calvario dei crocifissi, immersi come siamo in un mondo dove la legge del più forte ingiunge il sigillo della sconfitta sul più debole. E’ triste constatare che, in una situazione di belligeranza, non si riesca a comprendere che non ci sono né vincitori né vinti: siamo tutti sconfitti. La guerra, ogni guerra, tutte le guerre in atto sull’intera terra sono una tremenda sconfitta per tutta l’umanità.
In questo momento storico ci troviamo di fronte al vuoto di una tomba, attorniata dal sibilo di bombe, missili, droni, strumenti di morte che seminano violenza e distruzione. I potenti della terra persistono nella violenza che procura lacrime a moltissime mamme che gridano il loro dolore senza fine, mentre cercano tra le macerie un ricordo di quel figlio che non potranno più allattare, nutrire, veder crescere.
Eppure quel dolore è generativo. Impariamo dal dolore di mamme, di papà, di bambini che vagano impolverati e feriti tra le macerie, in cerca di segni di vita. Comprendiamo dalle loro ingiustificate sofferenze e promettiamo che alla cultura della morte e dell’ingiustizia dobbiamo opporre, con tutte le forze di cui siamo capaci, la costruzione della civiltà dell’amore, capace di dare inizio ad una società nuova.
La tomba è custode della morte. La tomba vuota di Gesù Cristo non è assenza di vita, è grido di vittoria sul potere della morte che bagna la terra di sangue innocente. E’ trionfo della vita perché tutti sappiano che è possibile far rifiorire la vita sulle macerie che ogni guerra procura.
Questa notte l’evangelista Matteo ci ha presentato tanti particolari: terremoto, presenza di Angeli e apparizione dello stesso Gesù che dice ai discepoli di attenderlo in Galilea. Il Vangelo di Giovanni, che abbiamo ascoltato poco fa, nella sua scarna essenzialità, ci presenta dettagli fondamentali.
Chiediamo a Lui che salvi l’umanità indicandole nuove strade, nuove vie d’uscita, diverse da quelle fino a quel momento praticate dagli uomini.
I teli, che avevano avvolto il corpo esanime di Gesù, restano per terra, testimoni di una storia passata che tanta sofferenza e dolore ha provocato alla famiglia umana. Nello stesso tempo sono il segno della vittoria, d’ora in poi offerta a tutti.
In questo scenario di tristezza bellissima risuona la Sequenza quando dice: “Raccontaci Maria, che hai visto sulla via?”. Anche noi, come Maria Maddalena, siamo invitati a raccontare con la nostra vita dove abbiamo incontrato Cristo risorto e come lo stiamo seguendo. La storia di ognuno di noi è costellata da esperienze di vita e di morte, di gioia e di dolore, di impotenza e di rabbia, di interrogativi spesso caduti nel vuoto senza risposte.
Anche e soprattutto di fronte al disordine mondiale che continua a seminare, in nome di interessi e capitali da salvaguardare, distruzione e morte, inondando la terra di sangue, siamo invitati a raccogliere come Maria, la Madre di Gesù, il sangue del Figlio, dei tanti figli innocenti e nostri fratelli, per custodirlo come tesoro prezioso in una memoria che diventa insegnamento per non stancarsi mai di seminare vita, giustizia, pace. Significa: risurrezione, vittoria sulla morte.
Siamo chiamati ad essere testimoni del Risorto nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nella società. La Pasqua non è una data che passa, un ricordo da custodire nel comodino, è un avvenimento che sconvolge l’esistenza e resta per sempre
Nell’Antifona alla Comunione viene dato questo annuncio che illumina la mattina di Pasqua: “Il crocifisso è risorto”. Noi, come la Maddalena, come Pietro e Giovanni, ne siamo testimoni, coscienti che non possiamo e non dobbiamo esorcizzare il dolore e la morte. «E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme» (At 10, 39). C’è bisogno di una lettura che ci renda consapevoli di dover sposare ogni tristezza della vita con ogni gioia possibile. Sempre nella Sequenza abbiamo sentito che «Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa».
Auguro ad ognuno e a tutti che la Pasqua di Gesù Cristo diventi l’occasione per uscire da noi stessi, dalle nostre paure, dal pessimismo, dalla rassegnazione e per credere fermamente che Gesù è risorto e che la sua risurrezione trasforma positivamente la nostra esistenza.
A Maria, immagine e modello della Chiesa, che ha atteso e incontrato il Figlio risorto, affidiamo noi e l’umanità sofferente.
Così sia.
Il grembo della terra
partorisce la vita
che, vittoriosa sulla morte,
irradia di luce
il silenzio che si fa voce
e riaccende di speranza
cuori addolorati.
Sei tu, Gesù, il Signore
che, abbandonato quel
lenzuolo
sulla nuda pietra,
riempi di colori
il deserto
come giardino avvolto
da intensi profumi.
Davanti a te, risorto, Gesu’,
lo stupore si insinua
tra le strettoie del dolore,
di gioia la carne freme
e gli occhi si illuminano
e le lacrime scendono copiose
sul sorriso ritrovato.
Di bianco vestito da Sposo
ci vieni incontro, Gesù,
segnato nelle mani,
nei piedi trafitti
nel petto squarciato,
canali di grazia
fonti dissetanti.
In te, Signore, siamo nuove
creature!
Rivestiti di te
come Sposa innamorata
ornata di gioielli divini
verso la Città Santa
siamo in cammino
per sempre con te.
✠ Don Pino
Basilica Cattedrale Cesena
Carissimi,
questa è la notte santa durante la quale siamo chiamati a vegliare. E’ la Madre di tutte le veglie, come dice S. Agostino. E’ la celebrazione più importante dell’anno. Com’è tradizione, questa è la notte durante la quale la Chiesa, per mezzo del Battesimo, accoglie nuovi figli. Anche noi, come Famiglia, accoglieremo altri nove figli.
A conclusione della ricca Liturgia della Parola, abbiamo proclamato il Vangelo della risurrezione di Gesù Cristo. Ci vengono presentate le donne che, all’inizio di un nuovo giorno, quando era ancora buio, si recano al sepolcro.
La morte di Cristo, la tomba sigillata, il buio che le avvolge, le lacrime versate sono espressione di una umanità che subisce la presenza di una cultura di morte che imperversa, quasi senza ostacoli. Attorno a noi sentiamo l’alito della morte, le tombe che la custodiscono, il buio che offusca l’animo umano. Dolore, sofferenza, limite, impotenza: conseguenze di tanta crudeltà e spietatezza. Coloro che si ergono a signori del mondo si lasciano circondare e benedire dai loro pastori, che non servono Dio, ma vorrebbero servirsi di Dio per il loro tornaconto.
La Pasqua di Gesù Cristo è la risposta alla morte: è la rinascita della vita! Si riaccende la speranza anche per quelle donne, Maria Maddalena e l’altra Maria, che, recandosi al sepolcro, compiangono la fine della vita ma trovano la tomba aperta e vuota. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Il tuo pungiglione?
Inizia una nuova storia esattamente la notte, che precede il primo giorno della settimana, la Domenica, primo giorno dopo il sabato. Ha un senso anche questo: la risurrezione non avviene al termine della settimana (sabato) bensì all’inizio (domenica), all’alba che, nel linguaggio di Matteo, rappresenta la forza della luce sulle tenebre.
Immenso il coraggio di queste due donne che sfidano le leggi del tempo e sperano di ridare calore e vita ad un corpo, ormai freddo e piagato, con il caldo delle loro lacrime, con l’amore incondizionato che le ha portate fin là.
Sconfinato il coraggio di queste due donne che custodiscono il segreto della vita, l’amore per la vita, il sacrificio per dare vita, vincendo la paura delle tenebre e dell’incertezza.
E’ il tipico coraggio delle donne che sentono nel loro seno crearsi la vita, ne sentono le pulsazioni, ne avvertono la danza, ne sperimentano la gioia del battito, capace di dire sempre sì alla vita e rinnegare la morte.
E’ il coraggio impavido di due donne alle quali viene rivelata, nel luogo della morte, la vittoria sulla morte stessa. Nel momento in cui da sole ritornano sui loro passi, rileggono il proprio dolore e quello dell’umanità intera, il proprio fallimento e di tutti gli uomini, nel cui cuore alberga la morte. Dio dona loro di vivere un’esperienza di nuova fecondità di vita, diventando portatrici e annunziatrici della vittoria sulla morte, su ogni tipo di morte.
L’evangelista Matteo dice che le donne andarono “a visitare” la tomba. Il significato è molto profondo perché indica esaminare con molta attenzione, profonda, da persone esperte. E’ l’atteggiamento di chi vuol vedere con cura. O ancora meglio è il coraggio audace delle donne di stare faccia a faccia con la morte.
L’evangelista ci presenta “un gran terremoto”. “Rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve”. La terra diventa un grembo che si apre e, dilatandosi, partorisce. L’Angelo si siede sulla pietra. Il masso che chiudeva e soffocava per sempre la vita è stato rotolato e diventa strumento di riposo per attingere al pozzo dove dissetarsi. La folgore è immagine del divino e colui che porta la veste bianca è il vincitore, che era stato spogliato delle sue vesti per essere crocifisso.
Siamo arrivati a celebrare questa Pasqua fortemente turbati, come la Maddalena e l’altra Maria. Siamo circondati dalla paura di tempi minacciosi, in cui intimidazioni e aggressioni di popoli prendono il posto della diplomazia. Noi invochiamo la Pace, desideriamo la Pace, vogliamo essere portatori e costruttori di Pace.
In questo scenario di notte profonda, quello che è successo a queste donne accade anche a noi: incontriamo Gesù in un nuovo giardino, nel quale germoglia la speranza, vince la giustizia, si costruiscono ponti di fraternità.
Gesù è vivo e cammina per le strade dell’umanità, insieme a quanti fanno esperienza di risurrezione, nonostante la notte sembri ancora lunga.
Carissimi catecumeni, il percorso di questa notte, dal buio alla luce che va sempre più diffondendosi, indica il passaggio che state facendo per entrare nella luce del Risorto ed essere voi stessi portatori di questa luce nel mondo, a partire dai vostri ambienti familiari per arrivare nei luoghi abitati e attraversati dagli uomini.
Ognuno di noi porterà ad altri questo annuncio, così come hanno fatto Maria Maddalena e l’altra Maria con i discepoli. Pietro e Giovanni, come leggiamo in altri passi paralleli, anch’essi si recano al sepolcro. Sono storie diverse, espressioni di un bisogno comune interiore e fisico: colmare i vuoti e dare risposte ai tanti interrogativi, perplessità e dubbi. Ci rappresentano tutti.
L’Angelo prosegue dicendo: “Non abbiate paura”. Espressione che ritorna tutte le volte che Dio vuole tranquillizzare l’uomo, in particolare nei momenti più tristi e bui della vita. Dio conosce il cuore dell’uomo, sa che a causa del peccato è abitato da tante debolezze.
“So che cercate Gesù”. Anche queste parole ritornano spesso nel dire di Gesù. Come mai? Perché lo scopo della vita dell’uomo è cercare e trovare Gesù. Scopo della vostra vita, carissimi catecumeni, da questa notte in poi sarà sempre quello di cercare e stare con Gesù: è lui il Signore della vostra esistenza perché “E’ risorto. Guardare il luogo dove era stato deposto”. Senza credere nella risurrezione la nostra fede non avrebbe senso: è il centro della nostra fede.
Infatti come a Maria Maddalena e all’altra Maria, stanotte a voi Catecumeni, a noi tutti, viene detto: “Presto, andate a dire: E’ risorto dai morti”. Coscienti che lui ci precede sempre in Galilea come in qualsiasi altra parte del mondo, lo seguiamo con gioia grata, liberandoci per sempre della paura di Adamo ed Eva, costretti a nascondersi. E l’annuncio è portato ai discepoli, intimoriti e arroccati sulle loro paure.
C’è un’ultima descrizione così densa di tenerezza presentata da Matteo: “Gesù venne loro incontro e disse: Salute a voi!” e subito dopo: “Gli abbracciarono i piedi e lo adorarono”. E’ sempre Gesù, il risorto, che viene incontro all’uomo, lo cerca nella sua condizione di fragilità, ridandogli la pace. Le donne, come i magi, si prostrano e abbracciano i piedi di Gesù. Sono i piedi che hanno attraversato la storia dell’uomo da quando si è fatto carne, camminando in mezzo a noi. In loro il ricordo diventa continuo memoriale: sono state da Lui salvate.
Infine un richiamo molto interessante: “In Galilea mi vedranno”. Tutto finisce là dove era iniziato: è il luogo del primo incontro e dell’ultimo che non avrà mai fine. Si è celebrato un patto coniugale indissolubile, per l’eternità. Infatti Galilea vuol dire “curva, meglio ancora “anello d’amore”. E’ il luogo dello sposalizio di Dio con l’uomo, che riceve da Dio l’anello del matrimonio per sempre.
Tornare in Galilea non significa ritorno nostalgico nel tempo, piuttosto la coscienza che il primo amore non si scorda mai. Tutto è iniziato in Galilea con la chiamata dei discepoli, tutto si conclude in Galilea con l’invio degli apostoli.
Carissimi, celebrare la Pasqua significa fare questo passaggio indispensabile per tornare a gustare la forza travolgente del primo amore, il fuoco che ci abita.
Nei Vangeli sinottici Maria Maddalena cerca l’Amato, lo trova sentendosi chiamata per nome e guarita dalle ferite che il dolore le aveva procurato.
Giovanni, il più giovane, il discepolo che Gesù amava, pieno di progetti con lo sguardo proteso verso il futuro, aveva visto improvvisamente crollare tutti suoi sogni, sentendosi tradito e deluso. Arriva davanti al sepolcro vuoto ma non entra per rispetto a Pietro, primo fra gli apostoli. Giovanni crede comunque anche se coglie il vuoto di quel sepolcro e l’ordine della Sindone e del Sudario.
Pietro, tra i tre, si porta dentro il senso di colpa per aver
rinnegato Gesù tre volte. E’ un macigno che lo fa soffrire terribilmente e non gli dà pace. Cerca la misericordia, il perdono ma non lo sa gridare: è un fallito. Si riconosce peccatore,ma confida nella sua infinita misericordia. Per tre volte Gesù gli chiederà: “Simone mi ami tu più di costoro”. “Tu sai tutto, Signore, tu sai che ti amo”. Finalmente prende coscienza della sua umanità fragile e incomincia a sentire il bisogno di rivestirsi della grazia di Dio.
Auguro a tutti, carissimi, soprattutto a voi Catecumeni, di essere testimoni della risurrezione nella vita di ogni giorno.
Così sia.
Un dramma si sta consumando sul Calvario. L’umanità, sospesa tra cielo e terra, viene annientata: sangue copioso sgorga dal petto squarciato, bagna la terra che lo accoglie nel pianto e nel dolore.
E’ raccapricciante quanto si sta consumando sul Golgota!
E’ lo stesso dramma che si consuma sui tanti Golgota moderni, che assistono all’incessante sacrificio dell’innocenza in nome di un potere capace di seminare solo strage e morte.
E’ triste il Golgota di ieri come quello di oggi!
Eppure l’uomo, dimentico di essere stato creato alla vita e per la vita, spiega le vele attraverso mari tempestosi verso lidi di morte, dove anche il sorriso innocente di un bambino viene spento senza pietà.
C’è un dramma che contempliamo nel Crocifisso: davanti a Lui ci prostriamo, bisognosi di respirare aria nuova, pulita che ci faccia ritrovare la speranza, molto spesso in pericolo.
In questo dramma ci muoviamo nell’affanno, stanchi, stremati. Il cielo perde il suo manto azzurro e si incupisce, il sole non sorride più ma piange gocce di luce perché possano riaccendere e scaldare la vita.
C’è un uomo sulla croce ormai senza più respiro: spettacolo cruento per chi non si riconosce più uomo e parte di questa umanità.
E’ l’uomo Dio, Gesù, appeso come un malfattore!
Che brutta fine per chi crede e semina amore, annuncia la fraternità, invoca la pace!
Eppure la morte di Gesù sulla croce, così come ce l’ha descritta l’evangelista Giovanni, non rappresenta il compimento della sua passione. E’ il parto di un evento prodigioso, troppo grande per essere compreso nella sua pienezza: nasce la Chiesa.
Se la Pentecoste rappresenta il giorno in cui i discepoli, riuniti insieme nel cenacolo a pregare con la Madonna, incominciano ad annunciare la bella notizia del Vangelo di Gesù, qui, sul Golgota, viene anticipata la Pentecoste. Gesù “spirò”, letteralmente diede lo Spirito a quella prima comunità riunita nel pianto, nell’impotenza, nella sofferenza e nei gemiti soffocati. C’è Maria, Madre di Gesù che diventa anche nostra, c’è Giovanni, il discepolo che Gesù amava, ci sono alcune donne. Le sue ultime parole hanno costituito una nuova famiglia, la Chiesa nascente.
C’è di più. Dal costato aperto di Gesù sgorgano sangue e acqua, simboli dei sacramenti della Chiesa: Battesimo ed Eucaristia. Da questo momento la Chiesa con i sacramenti nutre i suoi figli nel cammino di fede. Dalla morte del Cristo scaturisce la vita come fiume che inonda ogni uomo, irrorandolo della sua grazia. Sulla croce di Gesù sono inchiodate le angosce, le sofferenze, i vuoti, le ingiustizie…Ogni disperazione e delusione.
Ma la Croce indica altro: Dio si carica dell’immensa sofferenza umana.
Appoggiandoci a Lui, riacquistiamo la speranza che ci sprona a guardare oltre il buio della morte, a squarciare le tenebre, a ritrovare la luce.
E’ la forza e la grandezza dell’amore di Dio che continua ad amare colui che ha deturpato e deturpa il suo volto, pur creato a Sua immagine e somiglianza.
Dalla croce scaturisce, come fonte d’acqua viva, la potenza dell’Amore di Dio che trasfigura l’umanità ferita dai suoi stessi figli, aprendo il cuore alla speranza perché nuovi germogli di vita prendano il posto dei tanti alberi di morte.

Maledetto chi pende dal legno!
La maledizione degli uomini
semina morte su tutta la terra
sui tanti Calvari della storia
dalla cui croce sgorga copioso sangue
da corpi innocenti immolati.
Per amore nostro, tuo Figlio Gesù, o Dio,
si è fatto crocifiggere:
maledizione inconcepibile,
peccato inchiodato
per renderci degni
di ottenere la salvezza.
Il silenzio ci avvolge, o Dio,
carico di tante parole.
Non un rintocco di campane
la chiesa spoglia e vuota
i cuori colmi di tristezza:
mi taccio nel turbinio di morte.
Un supplizio crudele, Gesù,
per te che non hai colpa!
In quel sangue versato senza peccato
si coglie l’amore infinito
che invita a fermarsi
per raccogliere il profumo di vita.
Padre, perdona!
E’ il grido che squarcia la storia
di te, Figlio di Dio,
nell’angoscia della sofferenza
che diventa vittoria
perché irrompe la Risurrezione.
✠ Don Pino
OMELIA MESSA IN COENA DOMINI
Basilica Cattedrale Cesena
02 aprile 2026
Carissimi,
con questa solenne celebrazione diamo inizio a un triduo, chiamato pasquale, perché celebreremo ed entreremo nei misteri che hanno segnato e cambiato completamente, attraverso Gesù, la storia dell’umanità: la sua passione, morte e risurrezione. In questi misteri saremo particolarmente coinvolti e in essi entreremo diventando protagonisti e non spettatori, annunciatori di quanto è già successo ma soprattutto di quanto oggi succede nella vita di ognuno di noi.
Nel linguaggio cristiano, in particolare quando celebriamo l’Eucaristia, non parliamo di semplice rito di un avvenimento passato, di una storia da raccontare per ricordarla. Usiamo il termine memoriale che non significa semplice memoria, cioè il ricordo di un fatto passato, ma la ripresentazione di un evento di cui si fa memoria. In parole semplici significa che quell’evento viene reso presente da chi lo celebra, diventando protagonisti di ciò che si perpetua nel tempo e per ogni uomo. Per noi che celebriamo l’Eucaristia significa che, allo stesso modo degli apostoli, viviamo quel momento in cui Gesù la istituì.
Ogni parola, ogni gesto, qui nella Basilica Cattedrale di Cesena come in ogni luogo dove si celebra, si perpetua perché ne veniamo coinvolti e noi siamo oggi i discepoli, e Gesù è presente, parla e agisce attraverso il ministero episcopale e sacerdotale. Ecco perchè quest’evento segna sempre la nostra vita impegnandoci ad essere noi stessi Eucaristia: la passione, morte e risurrezione di Gesù diventa la nostra.
Comprendiamo come quel ricordo storico avvenuto nel Cenacolo a Gerusalemme si ripresenta in questo Cenacolo di Cesena nel quale anche noi siamo resi partecipi di quella grazia ricevuta dagli apostoli.
Infatti la Chiesa ci insegna che “Secondo la Sacra Scrittura, il memoriale non è soltanto il ricordo degli avvenimenti del passato, ma la proclamazione delle meraviglie che Dio ha compiuto per gli uomini. La celebrazione liturgica di questi eventi, li rende in certo modo presenti e attuali. Proprio così Israele intende la sua liberazione dall’Egitto: ogni volta che viene celebrata la Pasqua, gli avvenimenti dell’Esodo sono resi presenti alla memoria dei credenti affinché conformino ad essi la propria vita” (CCC 1363).
Questo non significa che Gesù Cristo in ogni celebrazione si sacrifica, morendo. Come dice l’autore della lettera agli Ebrei questo è possibile perché il sacrificio di Cristo è stato offerto una volta per tutte sulla croce e rimane sempre attuale (Eb 7,24-28). Non a caso ci viene ricordato che “quando si celebra l’Eucaristia, si fa memoria della Pasqua di Cristo e la si rende presente” (CCC 1264) e “ogni volta che il sacrificio della croce viene celebrato sull’altare, si effettua l’opera della nostra redenzione” (LG, 3).
Questa sera sperimentiamo in modo speciale la potenza dell’amore di Dio per noi. Si anticipa nel rito ciò che domani contempleremo adorando la Croce: l’immolazione di Cristo attraverso la sua crocifissione e morte. E’ esattamente nel momento in cui Gesù sta istituendo l’Eucaristia che compie un altro gesto: lava i piedi dei discepoli! E’ lo stesso gesto che fra poco Gesù compirà attraverso di me, successore degli apostoli e servo in mezzo ai servi.
Tra gli apostoli ci siamo tutti.
Questa sera ho pensato a 12 di voi che vivete il compito sul nostro territorio e a favore della collettività come imprenditori. Papa Leone XIV ci ricorda che “le sfide del lavoro, della pace, della giustizia sociale e della salvaguardia del creato sono strettamente legate e richiedono uno sguardo capace di coglierne l’unità, per orientare e compiere scelte autenticamente umane”. E voi sicuramente intendete lo sviluppo dell’economia come una “comunità di persone chiamate a crescere insieme”.
Quanto vivremo, nella sua semplicità, è carico di insegnamenti per come vivere l’umiltà, il servizio disinteressato e l’amore fraterno. Sono tre insegnamenti che riassumono il contenuto del Vangelo, spronando ogni cristiano a vivere la propria fede, nella condizione in cui si trova e nel ruolo che svolge, in modo concreto e trasformante. Guardare alla centralità dell’uomo nei processi di sviluppo (visione antropologica); alla creazione della ricchezza; alla distribuzione secondo principi di equità e di giustizia; alla costruzione del bene comune, significa, secondo l’insegnamento evangelico lasciarsi lavare i piedi e lavarli agli altri per camminare insieme orientati verso i beni eterni.
Gesù ci dice che Dio ci ama talmente tanto che arriva addirittura a lavarci i piedi! “Io, il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi”. “Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14). Ecco il nostro compito nel mondo coscienti che dall’Amore che è Dio scaturisce sempre la fonte dell’amore che circola tra di noi che crediamo nel Dio di Gesù Cristo.
Nella descrizione che l’evangelista Giovanni ci ha presentato, attraverso il gesto di Gesù, c’è la sintesi di cosa significa essere cristiano, attraverso sette verbi: si alzò da tavola, (Dio è sempre in movimento per venire incontro ad ogni uomo); depose le vesti (per venirci incontro si spoglia della sua divinità); prese un asciugatotio (tipico di colui che deve compiere un servizio); se lo cinse attorno alla vita (è quanto fa il servo); versò dell’acqua nel catino (è il gesto che compiva il servo verso il suo padrone); lavò i piedi dei discepoli (inverte i ruoli: il Maestro lava i piedi ai discepoli); li asciugò (porta a termine il suo servizio). In questi sette verbi si manifesta la potenza dell’amore di Dio per gli uomini inginocchiandosi davanti alla nostra umanità per rivestirci della sua divinità.
Questo fa Dio per noi. Questo siamo chiamati a fare tra di noi mentre nel mondo assistiamo alla logica dello scontro tra culture, religioni, potenze militari ed economiche. Insomma la logica del più forte che sta procurando tantissimi danni a intere popolazioni che vengono private di tutto (casa, cibo, vestiti, affetti cari). In una parola: privati e spogliati della loro dignità. E’ di certo un mondo che si serve del nome di Dio ma che ha bandito Dio.
Tutti, Chiesa, politica, imprenditoria, scuola, sanità, lavoriamo con un unico intento: desiderare il bene comune. In tutti questi ambienti ciò che deve crescere, sviluppandosi, è il senso dell’appartenenza ad una comunità nella quale ci identifichiamo pur avendo sensibilità diverse. Insieme sentiamo che la Chiesa, come la scuola o il luogo del lavoro, è casa nostra e tutti siamo chiamati a dare il meglio per crescere e progredire insieme. Questo principio ci aiuta a vincere ogni forma individualista: la storia ci insegna che è la fine di ogni convivenza e di ogni civiltà.
L’Eucaristia è il segno della comunione perché Dio che è Trino e Uno, si fa cibo, si spezza, si dona, mettendosi a servizio di tutti gli uomini rappresentati dai 12 apostoli. L’Eucaristia che riunisce tutti, fa incontrare tutti, è il contrario della guerra, del sangue innocente versato, della tirannia e della prepotenza. E’ la pace che mette nel cuore di chi la vive e la riceve e tesse relazioni di pace nella propria famiglia, nella Chiesa, nei luoghi di lavoro tra imprenditori e operai.
Questa sera, attraverso l’istituzione dell’Eucaristia e il gesto della lavanda dei Piedi, forse entriamo in crisi perché spesso ci riesce difficile diventare pane spezzato per chi è nel bisogno, perdonare chi ci ha fatto un’offesa anche di poco conto. Potrebbe succedere che a volte più che lavare i piedi dell’altro si cada nella tentazione di guardare la sporcizia di quei piedi puntando il dito sui difetti, parlando male, giudicando, condannando, e magari senza far nulla per aiutarlo.
Carissimi, ogni volta che celebriamo e partecipiamo all’Eucaristia quest’amore di Dio, in Gesù, ci viene donato abbondantemente. Ci aiuta a venire fuori dalle nostre singole tombe interiori respirando la forza della vita e, di conseguenza, donandola agli altri. Il dono del corpo e del sangue di Gesù ci fa desiderare ciò che è eterno impegnandoci a vivere la nostra esistenza nel servizio della stessa.
Fra poco saremo in tanti a ricevere il Corpo e il Sangue di Gesù (l’Eucaristia). Forse dovremmo ricordarci che in questi due elementi naturali c’è la presenza reale del Dio che si è fatto carne nel grembo di Maria. Lo riceviamo per essere come Gesù: amare come lui ci ama.
Viviamo questo triduo santo entrando nel cuore del mistero che si svela ai nostri occhi attraverso le parole e i gesti compiuti da Gesù perché diventino il nostro linguaggio e i nostri gesti quotidiani.
Così sia.
OMELIA MESSA CRISMALE
Basilica Cattedrale Cesena
02.04.2026
Ecc.za carissima, Mons. Douglas, carissimo P. Abate Mauro, carissimi confratelli nel sacerdozio e diaconi, fratelli e sorelle della vita consacrata e religiosa, autorità civili e militari, sorelle e fratelli tutti, stamattina, soprattutto come presbiterio, siamo riuniti per rinnovare le promesse della nostra consacrazione, sostenuti dalla preghiera del popolo santo di Dio a noi affidato in questa porzione e amata Chiesa di Cesena-Sarsina. Insieme a voi tutti rendo grazie a Dio, ricco di misericordia, nel X anniversario della mia ordinazione episcopale. E’ una Dioincidenza straordinaria!
Con S. Paolo dico a tutti: “Grazia a voi e pace da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra”. La nostra gioia nasce dalla consapevolezza di sperimentare “Come è bello e come dà gioia che i fratelli stiano insieme”, perché ci saziamo alla mensa dell’unica Parola e dell’unico Pane di cui tutti abbiamo bisogno. Mediteremo insieme stasera, nelle singole comunità parrocchiali, all’inizio del Triduo Pasquale con la Messa in Coena Domini.
Da questa mensa riceviamo ciò che ci sazia, ciò che cura e guarisce ogni forma di ferita nascosta nel nostro intimo, ciò che vince ogni forma di disperazione e fa luce fra le tenebre che avvolgono questo nostro tempo. Le guerre, l’odio, la violenza sono il segno evidente della cultura della morte, frutto di scelte scellerate, di decadimento etico e di scarso amore per la vita.
Eppure noi, nonostante si stia consumando una catastrofe mondiale, siamo qui perché un uomo, pur Dio, ha voluto condividere la nostra umanità per liberare la carne da ataviche schiavitù. Questo Dio, questo uomo, ha un nome: Gesù, che significa: colui che salva! Lui che, come mediteremo in questi giorni, non è stato salvato, ma condannato, ucciso e disprezzato da uomini capaci di rivestirsi di un apparente e appariscente vestito divino, ma che in realtà sono nudi e privi di alito di vita. Eppure, proprio nel momento più triste della storia umana, la morte è stata distrutta e la vita ha trionfato: Gesù è risuscitato per sempre.
Siamo qui, come nella sinagoga di Nazareth, per sentire ancora una volta le parole del profeta Isaia, che Gesù applica a se stesso e noi sacerdoti alla nostra vita: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri…”.Sono le parole che Dio aveva rivelato al profeta in un tempo difficile, dopo l’esilio, mentre Gerusalemme era fortemente segnata dalle ferite lasciate dalla guerra e dalla dispersione dei suoi abitanti.
Nel rinnovare le nostre promesse sacerdotali, carissimi confratelli sacerdoti, siamo invitati a sentire la responsabilità di questo momento storico, perché abitati da quello stesso Spirito, che si è posato su di noi, perché possiamo servire la storia, ridare speranza e fiducia agli smarriti di cuore, seminare la potenza della pace, costruire relazioni basate su fraternità e giustizia.
Essere posseduti dalla potenza d’amore dello Spirito del Signore significa ricordare che lui ci ha scelti e inviati: non è merito nostro. La nostra consacrazione ha un fine ben preciso: servire il popolo santo di Dio, senza dimenticare che di esso siamo parte, nella posizione di servi, non di capi. Siamo stati unti con l’olio profumato del Crisma, quello stesso olio che fra poco sarà confezionato e consacrato. Olio portato processionalmente dalla Polizia di Stato e proveniente dagli uliveti di Capaci (Palermo) confiscati alla mafia, e profumo proveniente dalla coltivazione del bergamotto di Locri (Reggio Calabria).
Un prete è veramente tale se esplica il suo servizio sfuggendo la tentazione di apparire, di cercare consensi o posti importanti, di fare carriera, desiderare una sistemazione e una collocazione di rilievo. Ogni prete è davvero intimamente tale se, come farà stasera, serve i fratelli inginocchiandosi davanti a loro, lavando i piedi, asciugandoli e baciandoli.
Sull’esempio di Gesù.
– Vogliamo essere primi nel sostenere quanti malfermi vacillano, facendoci compagni di strada nei sentieri della vita.
– Vogliamo essere primi nel curare le innumerevoli malattie nel corpo e nello spirito, come Gesù, versando l’olio della consolazione e il vino della speranza.
– Vogliamo essere primi nel riscoprire la nostra consacrazione e la nostra scelta di uomini celibi nella castità, valore aggiunto che ci rende liberi di agire e mostrare la forza straripante dell’amore che, in modo diverso, genera e partorisce vita.
– Vogliamo essere primi nel servire e condividere l’esistenza di chi è meno fortunato di noi e di tanti ritenuti scarto, non con proclami sterili e senza anima, ma spezzandoci come Gesù, come l’Eucaristia che quotidianamente celebriamo.
– Vogliamo essere primi accanto ai giovani che hanno bisogno di essere ascoltati, accolti, facendo insieme, come Gesù, quel tratto di strada che va da Gerusalemme verso Emmaus, perché ritrovino l’ardore, la gioia vera, l’entusiasmo e siano capaci di risalire verso la città santa da testimoni credibili del Risorto.
– Vogliamo essere primi nelle corsie degli ospedali, nelle case di cura, accanto agli anziani, benedicendo e regalando un sorriso, una carezza, una parola di sollievo.
– Vogliamo essere primi con tutti: con i politici, le autorità civili e militari, gli imprenditori, i mass media, non per schierarci o cercare favori, ma per aiutarli a vivere al meglio il loro non facile compito nel servire il nostro territorio e la nostra gente.
Vi ringrazio, carissimi confratelli sacerdoti, perché so e spesso vi vedo mentre andate a visitare i malati, fate compagnia e date conforto e tenerezza ad anziani soli, visitate le famiglie con la tradizionale benedizione annuale. Con quanta delicatezza vi accostate alle tante povertà nascoste e provvedete ai loro bisogni. Grazie di cuore a nome di tutta la nostra Diocesi che ha sempre più bisogno di voi.
E con voi ringrazio Dio per il 25° anniversario di sacerdozio di P. Joseph Mubenga, il 50° di Mons. Walter Amaducci e Mons. Pietro Luigi Tonelli, il 70° di Mons. Mario Morigi, il 75° di Mons. Silvano Ridolfi e il 25° di diaconato di Marco Casali. Ricordiamo anche il Diacono Pino Battistini nella sua nascita alla vita eterna.
Infine vi chiedo: «Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome». Dieci anni son passati, da quel 02 aprile 2016, quando nel Palazzetto dello Sport di Crotone, il PalaMilone, sono stato consacrato Arcivescovo di Matera-Irsina. Giorno di S. Francesco di Paola, patrono della Calabria, e anniversario della nascita al cielo di Giovanni Paolo II, Papa che ci ha fatto leggere l’umanesimo cristiano come risposta della Chiesa alla crisi della civiltà mondiale al termine del XX secolo.
Riconosco che Dio è fedele sempre. In questi dieci anni di vita episcopale (il 04 aprile compio 70 anni, altra Dioncidenza!) ho imparato da Dio a contare i miei giorni come tempo da attraversare, da vivere nella fecondità, cosciente che la grandezza non è rendere il servizio nella Chiesa di Calabria, di Basilicata o di Romagna, ma sull’esempio di Gesù “crescere in età, sapienza e grazia”. Questo tipo di sapienza mi è stata chiesta, quella del cuore.
La storia che Dio sta facendo con me, meravigliandomi sempre di più, la leggo attraverso questi passaggi:
Infine conoscete bene la storia recente, perché la stiamo condividendo da più di un anno. Ancora più lontano da casa, addirittura in Romagna! Oggi a chi mi chiede: “Come si trova in Romagna”? Non esito a dire: “Bene! Come se ci fossi sempre stato”.
Ho imparato a dire sempre “SI” a quanto mi viene chiesto. Ogni volta è una sofferenza ma anche una gioia sapendo di fare la volontà di Dio e non la mia.
Amatissima Chiesa di Crotone – Severina che mi hai generato nella fede, mi hai fatto crescere accompagnandomi nell’ordinazione diaconale, presbiterale, episcopale, grazie perché continui a manifestarmi la tua vicinanza, preghiera e amore.
Amatissima Chiesa di Matera-Irsina, ti ho amata come sposo innamorato senza risparmiarmi. Ti porterò sempre nel mio cuore, accompagnandoti nel tuo cammino con la preghiera.
Amatissima Chiesa di Tricarico, anche se per poco tempo, non ti ho fatto mancare il mio affetto e amore nella concretezza della vicinanza ai tuoi figli che sono diventati anche miei. Ogni giorno una speciale preghiera per te.
Infine, amatissima Chiesa di Cesena-Sarsina, sento di appartenerti, di far parte della tua vita, della tua storia. A Dio piacendo con te concluderò il mio mandato episcopale.
Nonostante sia come prete che come vescovo, ero consapevole della mia inadeguatezza, del mio non essere all’altezza del ministero che esercitavo, ho sempre sentito, e a maggior ragione adesso, di essere sostenuto dai sacrifici e dalle preghiere offerte al Signore, perché ne fossi degno, da parte dei miei familiari, sempre vicini con discrezione, di tante sante donne e uomini.
Sento particolarmente vicine la mia amata comunità d’origine, Isola di Capo Rizzuto e la mia sempre amata comunità parrocchiale di S. Paolo in Crotone. Continuate a farlo: siete preziosi tutti e per questo vi amo.
Con la Madonna, che ho conosciuto sotto diversi titoli, Greca, di Capo Colonna, della Bruna, del Carmelo, del Popolo, e con voi intono il Magnificat, riconoscendo quanto Dio ha fatto e vuole fare ancora nella mia vita e attraverso me.